venerdì 25 dicembre 2020

LOCKDOWN

Di lei ricordo i suoi occhi, intensi, profondi, capaci di farti leggere la sua anima se ne fossi stato capace.
Nello stesso tempo, quegli stessi occhi potevano incenerirti.
Mi ricordo la dolcezza che da lei emergeva, smascherando quella immagine di donna austera e impenetrabile.
Ho ancora dinanzi ai miei occhi quel dover porsi come forte, a protezione della sua debolezza.
Una donna presente per tutti, tranne che per se stessa.
Come fosse una nave in cerca di approdo, ma con la paura  di attraccare nella terra sbagliata, per cui anziché mollare gli ormeggi, molla la riva e scappa via.
Lascia tutti in  lockdown.
Con solo la presenza del ricordo che se ne ha di lei.
Chissà se rivedendola, quei ricordi saranno confermati, o cancellati, come ombre sulla sabbia, dalla risacca del mare.

LOCKDOWN 

Of her I remember her eyes, intense, deep, capable of making you read her soul if you were able to.
At the same time, those same eyes could incinerate you.
I remember the sweetness that emerged from her, unmasking that image of an austere and impenetrable woman.
I still have before my eyes that she had to pose as strong, to protect her weakness.
A woman who was there for everyone but herself.
As if she were a ship in search of a landing place, but afraid of docking in the wrong land, so instead of letting go of her moorings, she lets go of the shore and runs away.
It leaves everyone in lockdown.
With only the presence of the memory of her.
Who knows if seeing her again, those memories will be confirmed, or erased, like shadows on the sand, by the undertow of the sea.

giovedì 24 dicembre 2020

DON PASCALE O’ CINESE

Così si chiamava un signore che abitava nel mio quartiere, a Napoli.

Io non so, perché lo chiamassero così, ne mi ricordo se avesse qualche caratteristica fisiognomica che ricordasse una persona asiatica.

Col tempo ho imparato, che gli appellativi con cui ti definiscono a Napoli, quasi mai hanno a che fare con il sostantivo in se, sono appellativi che qualcuno ti assegna, per una qualsiasi ragione, e te li porti per tutta la vita.

Essi sono come un tatuaggio, indelebili.

Un tatuaggio che tu non hai richiesto, ma sei costretto ad indossare.

Proprio come Don Pascale.

Don Pascale, abitava come me, in quartiere del centro di Napoli, quei quartieri, in cui, almeno ai miei tempi, c’era una mescolanza tra famiglie proletarie, come la mia, e famiglie benestanti o nobili, come quelle di alcuni miei amici.

Don Pascale, abitava in un basso, un appartamento a livello strada, con ingresso dalla strada.

Lui per mestiere, faceva il facilitatore per gli altri.

Ossia lui, faceva per conto degli altri, quello che gli altri non avevano tempo o voglia di fare.

Lui era soprattutto specializzato nell’ottenimento dei documenti.

Aveva una rete di conoscenze così capillare, che per fare i documenti, facevi prima a rivolgerti a lui, che perdere ore di fila in Comune, rischiando di non ottenere, in tempo, quello che ti serviva.

Il suo era un mestiere nato dall’improvvisazione Partenopea, dall’arte di arrangiarsi, dovuta ad un lavoro che non riusciva a trovare, o forse figlio di un suo sentimento di autonomia, incapace di lavorare sotto padrone.

Lui sfruttava a pieno, e al meglio queste sue doti naturali, di relazionarsi con gli altri.

In special modo con i lavoratori del pubblico impiego, con cui chiunque, non riusciva a stabilire ottimi rapporti.

Per cui ci si affidava a Don Pascale O’ Cinese.

Don Pascale tra i suoi servizi, includeva anche il pagamento delle bollette, le prenotazioni degli esami medici, andare in farmacia a prendere i farmaci.

Insomma era un uomo tutto fare.

Mi sono ricordato di lui, leggendo oggi un articolo in cui si elogiavano dei ragazzi intraprendenti, con lauree al Politecnico ed Università simili, per avere creato una StartUp, che fa gli stessi servizi, che forniva Don Pascale O’ Cinese.

Io ho sempre sostenuto che i visionari, i geni, che vivono nell’epoca sbagliata, non riescono a fare del loro ingegno, un successo imprenditoriale.

Purtroppo, Don Pascale O’ Cinese, non era Steve Jobs, e anche se lo fosse stato, avrebbe comunque fatto la stessa vita, vivendo in un basso nel centro di Napoli.

Oggi giorno, Don Pascale O’ Cinese, terrebbe seminari, sarebbe un imprenditore di successo, pieno di soldi, e abiterebbe nel centro di Napoli, ma non in un basso, ma  in una casa di lusso.

Tutto questo, senza aver preso nessuna laurea scientifica, puro ingegno partenopeo.

Anche se tutt’oggi, essere Napoletano, è ancora uno stereotipo negativo, che alla bisogna, ognuno utilizza, come il formaggio sul pesce, una cosa senza senso.

Povero Don Pascale, fosse vivo in questo periodo, in cui occorre reinventarsi la vita, lui avrebbe insegnato a tutti come fare e come riuscirci.

Lui, che oltre a provenire dal basso, in un basso ci viveva.


DON PASCALE O' CHINESE


That was the name of a gentleman who lived in my neighbourhood in Naples.

I don't know why they called him that, nor do I remember if he had any physiognomic features that reminded me of an Asian person.

With time I learned that the names they call you in Naples almost never have anything to do with the noun itself, they are names that someone gives you for whatever reason, and you carry them for life.

They are like a tattoo, indelible.

A tattoo that you didn't ask for, but you are forced to wear.

Just like Don Pascale.

Don Pascale, like me, lived in a neighbourhood in the centre of Naples, those neighbourhoods where, at least in my day, there was a mixture of working-class families, like mine, and wealthy or noble families, like those of some of my friends.

Don Pascale lived in a low-rise flat at street level, with an entrance from the street.

He was a facilitator for others.

In other words, he did on behalf of others what others did not have the time or inclination to do.

He mainly specialised in obtaining documents.

He had such an extensive network of acquaintances that, in order to obtain documents, it was quicker to turn to him than to spend hours queuing in the municipality, risking not getting what you needed in time.

His job was born out of Partenopean improvisation, out of the art of making do, due to a job he could not find, or perhaps the result of his feeling of autonomy, unable to work under a master.

He took full advantage of his natural talent for relating to others.

Especially with civil servants, with whom he was unable to establish good relations.

So they relied on Don Pascale O' Cinese.

Don Pascale's services also included paying bills, booking medical examinations and going to the pharmacy to get medicines.

In short, he was an all-rounder.

I was reminded of him when I read an article today praising some enterprising young people with degrees from the Polytechnic and similar universities for having created a StartUp, which provides the same services as Don Pascale O' Cinese.

I have always maintained that visionaries, geniuses, who live in the wrong era, are unable to turn their ingenuity into entrepreneurial success.

Unfortunately, Don Pascale O' Cinese was not Steve Jobs, and even if he had been, he would still have lived the same life, living in a low-rise in the centre of Naples.

Today, Don Pascale O' Cinese, would hold seminars, be a successful entrepreneur, full of money, and live in the centre of Naples, but not in a low-rise, but in a luxury house.

All this, without having taken any scientific degree, pure Neapolitan ingenuity.

Even if today, being Neapolitan is still a negative stereotype, which everyone uses when necessary, like cheese on fish, a nonsense.

Poor Don Pascale, if he were alive at this time, when it is necessary to reinvent life, he would have taught everyone how to do it and how to succeed.

He, who not only came from the bottom, but also lived in the bottom.


Translated with Deepl

sabato 19 dicembre 2020

IL PROFESSIONISTA

Oggi ero indeciso, su dove andare.
Se andare in giro a Piacenza, per le sue belle strade, le sue piazze , i suoi negozi.
Oppure andare a Cremona, dove è come essere nel passato, tra le musiche dei violìni di Stradivari, tra i negozi di torrone e le fantastiche pasticcerie e salumerie.
Oppure nella bella Milano, vivendo una esperienza caotica e stressante, ma Milan le el gran Milan.
Ma io sono un professionista.
Non mi piace farmi trovare impreparato.
Devo allenarmi per essere da subito in forma.
Deciso, rimango a codogno.
Mi alleno per il lockdown.

mercoledì 16 dicembre 2020

BEFFA AL TEMPO DEL COVID

Stamattina, al risveglio, la giornata era spettrale.
Buio e pioggia battente.
Il giorno non prometteva nulla di buono.
Poi di improvviso, prima di uscire, uno squarcio di azzurro si è fatto spazio nel cielo.
Contemporaneamente, un sorriso si è fatto strada dalla mia anima.
Uscendo di casa, si sentiva che qualcosa fosse cambiato.
L’aria era frizzante, ma più fine e per niente inquinata.
Nel camminare, tre donne, tre belle donne, si sono voltate a guardarmi, neanche fossi un bello del cinema.
Al passaggio pedonale, l’autista dell’autobus si è fermato lasciandomi passare, guardandomi con aria stupita, come se non avesse mai visto nulla di simile.
Camminando, gli occhiali non si appannavano.
Alla fine ho voluto specchiarmi in una vetrina, per vedere cosa il mio viso portasse di nuovo, che io non mi ero accorto.
Forse quel sorriso, che si era fatto strada, era ancora presente sul mio viso, rendendomi affascinante e interessante.
Arrivato alla vetrina, ho capito, con sgomento, il perché di tutto questo.
Ero uscito di casa, senza accorgermene, senza aver indossato la mascherina.
Fortuna, che avevo con me, le altre 100 di scorta, nella tasca.
Per sicurezza, mi son guardato in basso, per controllare se avessi indossato i pantaloni e le scarpe.
A volte gli automatismi, si beffano di te, se introduci qualcosa che li interrompe.
Fortuna, che per strada non c’era la polizia o i carabinieri, altrimenti come giustificavo questa beffa al tempo del Covid ?
 
MOCKERY AT COVID TIME
 
When I woke up this morning, the day was ghostly.
Darkness and pouring rain.
The day did not look good.
Then suddenly, just before I went outside, a glimmer of blue appeared in the sky.
At the same time, a smile made its way from my soul.
As I left the house, I could feel that something had changed.
The air was crisp, but finer and not at all polluted.
As I walked, three women, three beautiful women, turned to look at me, as if I were a movie star.
At the pedestrian crossing, the bus driver stopped and let me pass, looking at me with an astonished air, as if he had never seen anything like it.
As I walked, my glasses didn't fog up.
Finally, I wanted to look in a shop window to see what my face wore again that I hadn't noticed.
Perhaps that smile, which had worked its way out, was still present on my face, making me charming and interesting.
Arriving at the shop window, I realised, with dismay, the reason for all this.
I had left the house, without realising it, without wearing a mask.
Luckily, I had the other 100 in my pocket.
To be on the safe side, I looked down to see if I had my trousers and shoes on.
Sometimes automatisms mock you if you introduce something to interrupt them.
Luckily there were no police or carabinieri on the street, otherwise how could I justify this mockery at the time of Covid?

domenica 13 dicembre 2020

PRIMO GIORNO IN ZONA GIALLA

Cecilia Bartoli, che con il suo canto barocco, ti accarezza l’udito e la mente.
Un caffè bevuta nella tazza di ceramica.
Stare seduti fuori al bar, all’aperto.
Fanculo il freddo, fanculo la nebbia, fanculo tutti.

DONNA VIRTUALE

Dietro quella scorza di donna forte e iperattiva,  si cela una donna romantica.
Una donna dal cuore palpitante, in cerca di chi quel cuore lo sappia ascoltare e prendersene cura.
Di chi quel cuore lo sappia amare e riempire di gioia e felicità.
Purtroppo, sembra aver rinunciato a questa ricerca, rifuggendo in chi può prendersi cura di lei, senza deluderla o tradirla, se stessa.
Quotidianamente, cesella il suo corpo, con impegno e sudore.
Ma quanto sarebbe bello, faticare un po’ di meno ed avere a fianco chi ti accarezza il tuo cuore.
Chi si prende cura di te, come lei fa di se stessa.
Già , ma la vita per ora è questa, fatica e sudore.
Troppa sfiducia in quel sogno d’amore, agognato ma al momento irrealizzabile.
Non la conosco per niente, per ora è solo una donna virtuale.
Ma l’immagine che percepisco di lei, è questa.
Una donna dal cuore palpitante, che scalpella il suo corpo, con fatica e sudore.

domenica 6 dicembre 2020

LA SECONDA ONDATA


Di solito la seconda volta dovrebbe andare meglio.

Perché viene dopo la prima.

Quella di cui non avevi esperienza, ne possibilità di evitare, ma solo di viverla e cercare di sopravvivere.

Ci sei riuscito, sembrava che tutto dovesse ritornare a risorgere e fiorire come prima.

Ma in cuor tuo, immaginavi che non andasse così.

Troppa superficialità in giro, troppa scarsa memoria, troppa voglia di dimenticare in fretta, o forse di negare e rimuovere.

Ma non si può rimuovere l’invisibile, che fa danni senza poter essere catturato.

Con più efferatezza di prima, consapevole di trovare carne per i suoi denti avvelenati, come un coltello in un burro.

Tutto facile per lui.

Per cui è arrivata l’altra ondata, la seconda.

Ma a differenza della prima, teoricamente, viene fatta vivere con restrizioni meno limitanti.

Anche se per chi, comunque non può lavorare è drammaticamente uguale, e poco importa, se puoi allontanarti da casa, per prenderti un caffè d’asporto.

Sembra strano, ma queste restrizioni meno limitanti, sono peggiori di quelle di prima.

Sei convinto di poter fare più cose, ma in realtà è solo un’illusione.

Puoi fare solo quello che puoi fare, e non quello che vuoi fare.

Credi di poterlo fare, ma non è così.

Ti ritrovi ad uscire e ritornare quasi subito a casa.

Non c’è niente da fare, oltre il caffè, la spesa, o comprare il giornale.

Tutto il resto lo devi dover fare a casa.

Vuoi per il tempo atmosferico, che non si coniuga con l’andare in giro di questi tempi, vuoi perché sei limitato.

Limitato nell’azione, limitato nel poter fare solo le stesse cose, limitato nel dover vedere sempre le stesse facce.

E’ una vita priva di esperienza, priva della possibilità di stupirsi, priva della possibilità di sognare o di progettare.

Certo c’è di peggio, e chi sta di peggio, come vivere intubato in una terapia intensiva e sfidare la morte quotidianamente, vuoi da paziente, vuoi da operatore sanitario.

Ma tutto è relativo.

Questa seconda ondata non so cosa lascerà.

Di sicuro molte menti martoriate, che mai più si riprenderanno.

Vivendo con la paura, che tutto questo non abbia mai termine, e chissà quante altre ondate ci possano essere in futuro.

Per sopravvivere bisognerebbe essere dei surfisti, gente abituata ad affrontare le onde.

Ma personalmente, non vedo nulla di buono, se non rischiare di affogare in una delle prossime. 

Forse la cosa migliore, appena sarà possibile spostarsi fuori comune, è andare da Decathlon, e comprarsi un giubbotto salvagente, sperando che quello, indossandolo, oltre alla mascherina e al distanziamento, ti permetta di rimanere a galla e continuare a sopravvivere ancora, con resilienza. 


THE SECOND WAVE


Usually the second time should be better.

Because it comes after the first.

The one you had no experience of, no possibility to avoid, only to live it and try to survive.

You succeeded, it seemed that everything had to resurrect and flourish as before.

But in your heart, you imagined it wouldn't be like that.

Too much superficiality around, too little memory, too much desire to forget quickly, or perhaps to deny and remove.

But you can't remove the invisible, which does damage without being captured.

With more cruelty than before, aware of finding flesh for its poisoned teeth, like a knife in butter.

All easy for him.

So came the other wave, the second one.

But unlike the first, theoretically, it is made to live with less limiting restrictions.

Even if for those who, however, cannot work it is dramatically the same, and it doesn't matter, if you can get away from home, to have a takeaway coffee.

It seems strange, but these less limiting restrictions are worse than before.

You are convinced you can do more things, but in reality it is just an illusion.

You can only do what you can do, and not what you want to do.

You think you can do it, but you can't.

You find yourself going out and coming home almost immediately.

There's nothing to do, other than coffee, shopping, or buying the newspaper.

Everything else you have to do at home.

You want because of the weather, which is not combined with going around these days, you want because you are limited.

Limited in action, limited in being able to do only the same things, limited in having to see the same faces all the time.

It is a life without experience, without the possibility of wondering, without the possibility of dreaming or planning.

Of course there are worse things, and those who are worse, like living intubated in an intensive care unit and defying death on a daily basis, either as a patient or as a healthcare worker.

But everything is relative.

This second wave I do not know what it will leave.

Surely many tormented minds will never recover.

Living in fear, that all this will never end, and who knows how many more waves there may be in the future.

To survive you would have to be surfers, people used to face the waves.

But personally, I don't see anything good, except the risk of drowning in one of the next. 

Maybe the best thing, as soon as you can move out of the ordinary, is to go to Decathlon, and buy yourself a life jacket, hoping that by wearing it, in addition to the mask and spacing, it will allow you to stay afloat and continue to survive, with resilience.