giovedì 26 marzo 2020

PARAGONI

Mi sento solo come un cane.
Con la differenza da esso, che nessuno mi porta fuori per farmi pisciare e passeggiare.

martedì 24 marzo 2020

GIORNO

“Non mi piace il paradiso. È sempre domenica la” diceva Emily Dickinson.
Anche in Zona Rossa, era sempre domenica qua.
Ma dopo l’8 Marzo tutto è cambiato.
Domenica non è più stata.
Non è stato più nessun giorno.
Ogni giorno è solo un giorno sospeso.
Un giorno rubato alla vita.

lunedì 23 marzo 2020

OSSIGENO

Oggi la giornata non è iniziata nel verso giusto.
Gli effetti destabilizzanti di questi cambi regole in diversi giorni, e da organi di stato differenti, iniziano a produrre i loro effetti.
Il sonno non è più quello di prima, un sonno rassegnato e privo di turbamenti, quindi un sonno tranquillo.
Ma da Sabato notte non è più così, il disagio interiore si è fatto spazio in quell’equilibrio di precaria tranquillità creatasi.
Tutto è diventato uno stress, ed in alcuni casi anche un possibile reato.
Stamattina è iniziata così, complice anche il vento che batteva sulle tapparelle, come a divertirsi a svegliarti di continuo.
L’umore non è più quello dei giorni scorsi, ti senti perseguitato e impedito.
Tutta la mattinata è continuata nello stesso stato emozionale.
Poi in pausa pranzo ho dovuto commettere un reato, trafelato, sono andato da mia figlia per dargli le mascherine fatte dalla mia sarta.
Per fortuna non ho incontrato nessun esponente dell’ordine pubblico, in quanto ritengo di essermi allontanato 50 metri oltre il perimetro consentito.
Ritornato, mi sono riportato nella zona di sicurezza prevista per legge, passeggiando lungo il parcheggio della stazione.
Come di solito fanno i cani accompagnati dai padroni per espletare le proprie funzioni organiche.
Ma volevo anche leggere, come facevo in pausa pranzo fino al 20 Febbraio scorso, seduto al tavolo di un bar, dopo aver bevuto un caffè.
Per cui sono tornato a casa, e ho deciso di finire la pausa pranzo, leggendo un po'.
Non mi sono spogliato, eccetto le scarpe, e mi sono messo in balcone.
Illudendomi di essere fuori all’aperto.
Ho preso lo smartphone e ho aperto il mio libro in versione digitale.
E sì, in questo periodo occorre fare di necessità virtù.
Quello che prima era visto come qualcosa di inaccettabile, ora diventa di aiuto e di conforto.
E’ un libro di Jumpha Lahiri, dove narra la sua esperienza nel decidere di voler imparare a parlare e scrivere in lingua Italiana.
In tutto ho letto una decina di pagine, ma avrei potuto tirare dritto fino alla fine, se non fosse che dovevo tornare al lavoro.
Non ci crederete ma quelle pagine lette mi hanno dato ossigeno.
Mi hanno permesso di viaggiare in un altro mondo, senza che lo cercassi o me ne accorgessi, in un mondo colorato, ricco di natura, di persone e di luce.
Una passeggiata in un bosco, insieme a tanti altri, osservandoli vivere.
Tutto questo stando chiuso in casa, come richiedono la legge nazionale e ancor di più quella regionale.
Fantastico.
Il libro ovviamente.

mercoledì 18 marzo 2020

QUARANTENA

Ero convinto di essere, ormai, abituato.
Avendola già vissuta, dal primo giorno in cui è scoppiato tutto.
O meglio da quando si è preso consapevolezza del tutto, in quanto i dati dimostrano che era iniziato ben da prima.
La prima esperienza è stato uno spaesamento.
Un vedersi escluso dal mondo.
Confinato tra chi, come te, doveva convivere con lo stesso destino.
Dopo un po' ci si è fatta l’abitudine.
Eravamo come animali lasciati allo stato brado.
Liberi di muoversi ma, di non oltrepassare il confine sanitario.
Vivevamo in un nostro mondo a parte, e si era anche creata una spontanea aggregazione umana di sentimenti.
Si passeggiava tranquillamente, potendolo fare.
Si usciva e si rientrava a casa.
Si faceva la fila per entrare al supermercato, che dopo tempo non c’era più, avendo la gente comprato di tutto.
Si andava in farmacia a cercare la mascherine e il disinfettante.
Si andava, dopo giorni, anche in edicola.
Nient’altro.
Poi hanno avuto la bella idea di riaprire tutto, bar e negozi, ma in pochi li frequentavano.
Eravamo abituati al nulla, tutto ci sembrava superfluo e rischioso per la salute nostra.
Poi hanno chiuso tutto, allargando prima una zona e poi l’intero paese.
Qui è cambiato tutto.
La quarantena era per tutti.
Ma a noi che importava, l’avevamo già fatta.
E invece no.
Era ed è diverso.
Quando estendi a tutto, tutto si omologa, nel bene e nel male.
Nel bene e nel male vengono prese contromisure valide per tutti.
Questo ci ha spiazzato.
Ci siamo trovati a non essere più esclusivi, ma esclusi come tutti.
E’ iniziato a farsi strada il panico e l’incoscienza della gente.
Quello che facevi prima, è diventato un reato.
Ti senti un ladro, per fare quattro passi, per permettere di far funzionare, al minimo, il corpo.
Si è persi la tranquillità.
Si vive in agitazione.
Peggio di quando eravamo in piena crisi epidemica locale.
Non capisci il perché.
Perché prima in una situazione ben peggiore, eri più libero di fare quello che il tuo corpo esigeva, ed ora no ?
Anche leggere un libro, fare attività fisica in casa, vedere la tv, è sempre accompagnato da ansia.
E’ terribile.
Certo rispetto a chi sta soffrendo, o addirittura morto, e chi sta lavorando incessantemente, queste parole sembrano una bestialità.
Ma non è così.
In quanto questo vivere con malessere psicologico, abbatte il sistema immunitario, rendendo più permeabile il corpo, a qualsiasi contagio.
Covid-19 o altro.
Nessuno se ne rende conto.
Stiamo pagando questo a causa di incoscienti che sono scappati verso chissà dove, o altri che continuano a comportarsi come nulla stesse accadendo.
Ma noi questo lo abbiamo vissuto già da prima, non siamo degli incoscienti.
Oppure lo eravamo e ci hanno permesso di esserlo senza dircelo.
Subiamo le conseguenze di chi non ha il coraggio di rompere le regole, rispettando regole mondiali sanitarie, che sono palesemente non di aiuto al problema.
Cerchiamo di andare a fondo al problema, di capire perché la gran parte del dolore è in queste parti del paese.
Nessuno se lo chiede, o non vuole chiederselo, perché non è in grado di rispondere.
Tutti sono esperti del virus, ma nessuno che esca dagli studi televisivi, si metta un camice indosso, venga sul territorio, per capire il perché di tutto questo.
Così facendo, la quarantena durerà in eterno.
Passando da una quarantena di giorni , a quella di mesi e poi a quella di anni, e poi a quella eterna, la tomba.

venerdì 13 marzo 2020

PROIETTILI VAGANTI

Per me tutto ha inizio la mattina del 21 Febbraio alle ore 06:30 . Mi stavo radendo e prepararmi per poi andare a lavorare a Milano. Quel giorno era il mio turno in ufficio anziché in Smartwork. Il giornale radio comunica di un paziente ricoverato per Coronavirus a Codogno. La notizia è tutta qui, non è approfondita. Non comprendo quello che poi è realmente accaduto, in quanto l’ospedale di Codogno, era stato scelto come uno dei presidi ospedalieri Lombardi, in caso di Coronavirus. Per cui non mi allarmo più di tanto. Poi esco di casa, arrivo in stazione, e comprendo che si tratta di qualcosa di diverso, di qualcosa che tocca da vicino la città di Codogno e tutti noi. Inizia il TamTam, tutti che fino alla volta precedente a stento salutavano o rivolgevano la parola ad un altro, iniziano a parlare dell’accaduto. Comprendo quello che è accaduto, anche se al momento non si sa ancora nulla di dettagliato, se non di un paziente recatosi al pronto soccorso. Ci rendiamo conto che qualcosa di grave sta accadendo, ma non quanto grave. Arrivo in ufficio, la notizia è più dettagliata. Pronto soccorso ed Ospedale chiuso. A questo punto la mia mente inizia a fare i suoi collegamenti su quanto ha appreso in passato. Quando vedeva quelle scene assurde in Cina, a Wuhan, che non riusciva a comprendere, data la surrealità delle stesse, se fossero vere o fossero spot per educare le persone in pieno Coronavirus. Comprendo subito che sarà così. Ma in tanti minimizzano. Inizio ad informarmi, scopro qualcosa di più, chi è il paziente, dove lavorava e se avesse potuto avere contatti in città. Più mi informo e più comprendo che stiamo diventando la Wuhan di Italia. Esco da lavoro, per precauzione fornisco i miei recapiti personali qualora ci fossero delle misure di restrizione per tutti i colleghi di Codogno, anche se poi si scopre che non è solo Codogno ma altri comuni limitrofi. Arrivato in stazione a Milano Rogoredo vivo una scena surreale. La maggior parte dei pendolari che prendono il treno la sera, erano tutti lì per prendere il treno delle 14. A differenza mia che ero uscito da lavoro in autonomia, quasi tutti gli altri erano stati accompagnati alla porta, con il divieto di non recarsi a lavoro e rimanere a casa a lavorare, fornendo quasi a tutti gli strumenti per farlo. Arrivo a Codogno, consapevole che la situazione è grave, ed il peggio devo ancora arrivare. In mattinata telefono al mio medico per farmi prescrivere le mie medicine, non sapendo se le farmacie sarebbero state aperte oppure no. Scendo subito di casa e vado in farmacia. Di solito uso la bici, ma non la prendo, inizia ad accendersi in me, il principio di precauzione. L’ospedale è chiuso, se cadi e ti fai male, come fai ?. Le strade del centro sembrano scene di guerra, deserto totale e giornalisti dappertutto. Arrivo in farmacia ma non ho il coraggio di entrare, ho paura, la farmacista capisce e comprende, ritira la ricetta e mi prende le medicine. Il mio cervello ora è in modalità guerra, non per combattere ma per sopravvivere. Arrivato a casa vado a prendere la macchina e mi precipito al supermercato, per fare la spesa, in quanto stavano chiudendo tutti. Fortuna il mio era ancora aperto. Incontro altre persone del paese che conosco, quasi tutti minimizzano, dicendo che siamo tutti nel panico. Nel frattempo la Regione emana un blocco, si parla di zona rossa. La sera mi telefonano dall’azienda, come avevo previsto, devo stare a casa e comunicare se avessi avuto contatti o sintomi da virus. Bloccano le stazioni ferroviarie. Inizia il blocco dell’area, anche se fino a Domenica sarà solo su carta. Per cui molti incoscienti vanno al di fuori di essa, per fare spesa altrove o altro. Poi arriva il blocco reale, con i posti di blocco. Eccoci qua, siamo a Wuhan. Non sappiamo cosa fare. La paura mi fa piangere più di una volta. In più essendo separato, vivo da solo, con mia figlia in altra casa, ma sempre a Codogno. Cerco di rendermi utile, creando una rete di quartiere, ricordandomi di una APP di cui non capivo l’utilità, NEXTDOOR. Provo a convincere i vicini di casa e di quartiere ad iscriversi, creando così un modo per auto aiutarci. Non tutti lo fanno. Mi attivo anche su Whatsapp, cercando di informare per quel che so, gli altri. Ma mi rendo conto che non tutti siamo preparati a questo. Il mio agire sembra più una invadenza e un comportamento provocato da ansia. Forse è anche vero, non lo nego, ma io vedevo già oltre. Eredità lasciatami da una mia ex compagna di vita, docente si storia e filosofia, che mi ha insegnato che il futuro si conosce dalla storia. Infatti sarà così. Mi sento prigioniero, mi sento completamente solo. Tutte le mie abitudini quotidiane, di socialità, azzerate in un attimo. Non ci sono i giornali, i negozi sono chiusi. Non resisto più e provo ad uscire di casa, ma la scena è distopica. Tutto vuoto, pochi passanti. Iniziamo ad evitarci l’un con l’altro, il comportamento di difesa si attiva. Poi scopro chi è il paziente 1, il famoso M. Cerco di capire che faccia ha, non per curiosità morbosa ma per sapere se lo conosco e posso averlo frequentato. A Codogno ci conosciamo quasi tutti, ma non di tutti sappiamo il nome. Non lo conosco, ma in alcune foto conosco tutti gli altri che frequenta. Mi si gela il sangue, alcuni sono vicini con cui ho anche de bei rapporti. Ma occorre essere prudenti, li devo evitare, ci dobbiamo evitare. Di sicuro non la prendono bene, ma io ho letto come si contagia il Virus. Passano i giorni, non si capisce più che giorno è, sembra sempre Domenica o capodanno, quando sono tutti a dormire dopo i bagordi notturni, ed io che da anni non festeggio capodanno sono per strada, solo tra pochi. I giorni passano, l’unica cosa positiva di questa situazione, è che si dorme un pò di più. Ed essendo rassegnati, si dorme anche meglio, perché lo stress della quotidianità è sparito, te l’hanno tolta, non hai più il permesso di viverla. Dopo un pò riaprono le edicole, è un giorno di festa, quando non hai più nulla, apprezzi quel poco che ti viene ridato. Questa notizia ci allieta un pò. Poi ci viene detto che possiamo girare liberamente nella zona rossa, anche fuori comune. Ma è tutto chiuso dappertutto, io rimango dove sono. Si cammina, si cammina molto. Tutti ad attendere questi 15 giorni. Molti, giustamente, si lamentano, sono persone che non possono più lavorare. La rabbia impotente inizia a crescere. Si attende la fine di questo periodo accettando tutto quello che ci vien chiesto di fare. Ma il mio pessimismo realista comprende che non sarà così. Nel frattempo prendiamo consapevolezza dell’importanza di Internet, l’unica cosa che ci terrà in contatto con il mondo o che ci permetterà di fare digitalmente cose che facevamo in altro modo, leggere, film, musica ecct. Vediamo questo come una opportunità per crescere digitalmente. Molti imparano a lavorare da casa, mia figlia fa lezioni on line e assurdamente studia molto di più di prima. Iniziamo ad abituarci, ci si abitua a tutto. Ormai siamo come animali in uno zoo protetto, o ammalati che girano nei cortili di un immenso ospedale con i cancelli chiusi. Iniziamo a scherzare per esorcizzare la paura. Sembra che tutto il mondo sia stato a Codogno, assurdo. La cosa, per me, assurda, e continuo a pensarlo, che oltre a gestire l’immenso lavoro ospedaliero per contenere e non far morire le persone, nessuno prova a cercare la causa, dando per scontato o fatalità che tutto arrivi da lì, dalla Cina. Io personalmente ho i miei dubbi, in quanto questo virus, sembra essere un virus campagnolo, si diffonde in zone agricole anziché come si aspetterebbe, nelle grandi città dove c’è più spostamento. Chissà sarò pazzo, ma un dubbio mi rimane che possa essere qualcosa di autoctono. Passano i giorni, la scadenza sta arrivando. Io sono tra quelli che sperano che continui, diversamente rischieremo il disastro e vanificheremo il sacrificio fatto. Ma come tutti sanno vengono prese scelte diverse. Prima si riapre tutto, compreso le stazioni ferroviarie, rischiando di far ritornare qui quello che forse abbiamo contenuto. Poi si estende dappertutto, l’intero paese. Questo per noi è destabilizzante. Eravamo più tranquilli quando gli isolati eravamo solo noi. Ora non si capisce più nulla, siamo tutti uguali, ma per noi non è così. Noi non siamo uguali agli altri, insieme a Vò, siamo stati isolati dal mondo. Non possiamo concepire di essere assimilati a chi tutto questo non lo ha sopportato. Si comprende che ormai la situazione sta diventando ingestibile, ma noi avevamo raggiunto una tranquillità, e ce l’hanno distrutta ancora una volta. La paura monta, passeggiare non è più uno svago per la mente, sembra che stai rubando qualcosa e devi scappare per non farti prendere. Assurdo. Ovviamente per noi che lo viviamo. Ci chiediamo, perché quando eravamo in pieno focolaio ci facevano andare in giro liberamente ed ora ci limitate ancor di più. Non lo posso accettare, lo comprendo per chi questo non lo ha vissuto fino ad oggi e deve capirlo, ma noi no, dovremmo avere un trattamento speciale. Poi accade una cosa, mi accorgo che una persona della chat, da un pò non risponde. Forse si è stufato di questi messaggi, ma ho un dubbio. Lo contatto via e-mail e gli chiedo come sta. Dopo un pò mi risponde, mi dice che è ricoverato per il virus a Milano. Mi si gela il sangue. Comprendo che si cammina con proiettili vaganti che vengono sparati in giro e solo per casualità, tu non sei stato colpito. Questa persona come un’altra, colpita dal virus, abitano in palazzi vicino a dove abito io. La consapevolezza della paura aumenta, una cosa è vedere in strada a Codogno, ambulanze con equipaggiamento da film di fantascienza che va prelevare un malato, altro è conoscerlo ed essere suo vicino di quartiere. Stamattina con questa consapevolezza esco, vado a comprare il giornale, ma c’è qualcosa di diverso. Il panico passeggia per la città. Ci sono le macchine che disinfettano le strade, i vigili che comunicano di stare in casa. Ho paura, ho paura più di prima.

mercoledì 11 marzo 2020

SCRITTURA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Quel che una volta mi veniva facile e spontaneo, scrivere, ora non lo è più.
Il mio cervello avendo perso il suo equilibrio, sta ancora lavorando per adattarsi.
E non è facile, perché quello che valeva ieri, oggi non vale più, e domani chissà.
Di sicuro la mia vita, come per tutti, è cambiata.
Prima ero sempre in bici, ora solo a piedi.
Prima il caffè sempre al bar, ora solo con la moka, anche se i bar sono aperti, chi si fida più.
Prima eri solo tra la gente, ora sei solo nel nulla.
Ti rendi conto che il tuo organismo non riesce a tonificarsi.
Il sospetto è sempre in agguato.
Chiunque si incontri, si evita.
Una situazione difficile da descrivere e da spiegare.
C’è un’assenza di vita.
Per di più abitando da solo, è ancor peggiore.
Sperando che nulla accada, oltre quello che sta già accadendo.
Certo, ne guadagno in sonno, dormendo un po' di più.
Ma stranamente da Sabato notte, l’equilibrio trovato, si è spezzato.
Il passaggio da Rosso ad Arancione mi ha destabilizzato.
Per cui neanche il sonno è piacevole come prima.
Non so come finirà.
Non so come ne usciremo.
Non so neanche perché sto scrivendo, forse per sentirmi vivo, per dirmi che esisto.
Per di più domani ricorre il mio compleanno.
Ma per fortuna, in questo caso, il covid-19, non ha colpe.
Da anni, non importa a nessuno.
Però almeno posso ingannarmi, dicendomi che è andata così per il coronavirus.
E poi, non tutti hanno questo privilegio.
Un compleanno ai tempi del coronavirus, un compleanno storico, una data da ricordarsi e tatuarsi sulla pelle.
In effetti un astrologo aveva detto che questo era l’anno dei pesci.
Sarebbe stato un anno indimenticabile, in cui non occorreva più chiedere nulla perché tutto ci sarebbe stato dato.
E’ andata così, infatti.