venerdì 13 marzo 2020
PROIETTILI VAGANTI
Per me tutto ha inizio la mattina del 21 Febbraio alle ore 06:30 .
Mi stavo radendo e prepararmi per poi andare a lavorare a Milano.
Quel giorno era il mio turno in ufficio anziché in Smartwork.
Il giornale radio comunica di un paziente ricoverato per Coronavirus a Codogno.
La notizia è tutta qui, non è approfondita.
Non comprendo quello che poi è realmente accaduto, in quanto l’ospedale di Codogno, era stato scelto come uno dei presidi ospedalieri Lombardi, in caso di Coronavirus.
Per cui non mi allarmo più di tanto.
Poi esco di casa, arrivo in stazione, e comprendo che si tratta di qualcosa di diverso, di qualcosa che tocca da vicino la città di Codogno e tutti noi.
Inizia il TamTam, tutti che fino alla volta precedente a stento salutavano o rivolgevano la parola ad un altro, iniziano a parlare dell’accaduto.
Comprendo quello che è accaduto, anche se al momento non si sa ancora nulla di dettagliato, se non di un paziente recatosi al pronto soccorso.
Ci rendiamo conto che qualcosa di grave sta accadendo, ma non quanto grave.
Arrivo in ufficio, la notizia è più dettagliata.
Pronto soccorso ed Ospedale chiuso.
A questo punto la mia mente inizia a fare i suoi collegamenti su quanto ha appreso in passato.
Quando vedeva quelle scene assurde in Cina, a Wuhan, che non riusciva a comprendere, data la surrealità delle stesse, se fossero vere o fossero spot per educare le persone in pieno Coronavirus.
Comprendo subito che sarà così.
Ma in tanti minimizzano.
Inizio ad informarmi, scopro qualcosa di più, chi è il paziente, dove lavorava e se avesse potuto avere contatti in città.
Più mi informo e più comprendo che stiamo diventando la Wuhan di Italia.
Esco da lavoro, per precauzione fornisco i miei recapiti personali qualora ci fossero delle misure di restrizione per tutti i colleghi di Codogno, anche se poi si scopre che non è solo Codogno ma altri comuni limitrofi.
Arrivato in stazione a Milano Rogoredo vivo una scena surreale.
La maggior parte dei pendolari che prendono il treno la sera, erano tutti lì per prendere il treno delle 14.
A differenza mia che ero uscito da lavoro in autonomia, quasi tutti gli altri erano stati accompagnati alla porta, con il divieto di non recarsi a lavoro e rimanere a casa a lavorare, fornendo quasi a tutti gli strumenti per farlo.
Arrivo a Codogno, consapevole che la situazione è grave, ed il peggio devo ancora arrivare.
In mattinata telefono al mio medico per farmi prescrivere le mie medicine, non sapendo se le farmacie sarebbero state aperte oppure no.
Scendo subito di casa e vado in farmacia.
Di solito uso la bici, ma non la prendo, inizia ad accendersi in me, il principio di precauzione.
L’ospedale è chiuso, se cadi e ti fai male, come fai ?.
Le strade del centro sembrano scene di guerra, deserto totale e giornalisti dappertutto.
Arrivo in farmacia ma non ho il coraggio di entrare, ho paura, la farmacista capisce e comprende, ritira la ricetta e mi prende le medicine.
Il mio cervello ora è in modalità guerra, non per combattere ma per sopravvivere.
Arrivato a casa vado a prendere la macchina e mi precipito al supermercato, per fare la spesa, in quanto stavano chiudendo tutti.
Fortuna il mio era ancora aperto.
Incontro altre persone del paese che conosco, quasi tutti minimizzano, dicendo che siamo tutti nel panico.
Nel frattempo la Regione emana un blocco, si parla di zona rossa.
La sera mi telefonano dall’azienda, come avevo previsto, devo stare a casa e comunicare se avessi avuto contatti o sintomi da virus.
Bloccano le stazioni ferroviarie.
Inizia il blocco dell’area, anche se fino a Domenica sarà solo su carta.
Per cui molti incoscienti vanno al di fuori di essa, per fare spesa altrove o altro.
Poi arriva il blocco reale, con i posti di blocco.
Eccoci qua, siamo a Wuhan.
Non sappiamo cosa fare.
La paura mi fa piangere più di una volta.
In più essendo separato, vivo da solo, con mia figlia in altra casa, ma sempre a Codogno.
Cerco di rendermi utile, creando una rete di quartiere, ricordandomi di una APP di cui non capivo l’utilità, NEXTDOOR.
Provo a convincere i vicini di casa e di quartiere ad iscriversi, creando così un modo per auto aiutarci.
Non tutti lo fanno.
Mi attivo anche su Whatsapp, cercando di informare per quel che so, gli altri.
Ma mi rendo conto che non tutti siamo preparati a questo.
Il mio agire sembra più una invadenza e un comportamento provocato da ansia.
Forse è anche vero, non lo nego, ma io vedevo già oltre.
Eredità lasciatami da una mia ex compagna di vita, docente si storia e filosofia, che mi ha insegnato che il futuro si conosce dalla storia.
Infatti sarà così.
Mi sento prigioniero, mi sento completamente solo.
Tutte le mie abitudini quotidiane, di socialità, azzerate in un attimo.
Non ci sono i giornali, i negozi sono chiusi.
Non resisto più e provo ad uscire di casa, ma la scena è distopica.
Tutto vuoto, pochi passanti.
Iniziamo ad evitarci l’un con l’altro, il comportamento di difesa si attiva.
Poi scopro chi è il paziente 1, il famoso M.
Cerco di capire che faccia ha, non per curiosità morbosa ma per sapere se lo conosco e posso averlo frequentato.
A Codogno ci conosciamo quasi tutti, ma non di tutti sappiamo il nome.
Non lo conosco, ma in alcune foto conosco tutti gli altri che frequenta.
Mi si gela il sangue, alcuni sono vicini con cui ho anche de bei rapporti.
Ma occorre essere prudenti, li devo evitare, ci dobbiamo evitare.
Di sicuro non la prendono bene, ma io ho letto come si contagia il Virus.
Passano i giorni, non si capisce più che giorno è, sembra sempre Domenica o capodanno, quando sono tutti a dormire dopo i bagordi notturni, ed io che da anni non festeggio capodanno sono per strada, solo tra pochi.
I giorni passano, l’unica cosa positiva di questa situazione, è che si dorme un pò di più.
Ed essendo rassegnati, si dorme anche meglio, perché lo stress della quotidianità è sparito, te l’hanno tolta, non hai più il permesso di viverla.
Dopo un pò riaprono le edicole, è un giorno di festa, quando non hai più nulla, apprezzi quel poco che ti viene ridato.
Questa notizia ci allieta un pò.
Poi ci viene detto che possiamo girare liberamente nella zona rossa, anche fuori comune.
Ma è tutto chiuso dappertutto, io rimango dove sono.
Si cammina, si cammina molto.
Tutti ad attendere questi 15 giorni.
Molti, giustamente, si lamentano, sono persone che non possono più lavorare.
La rabbia impotente inizia a crescere.
Si attende la fine di questo periodo accettando tutto quello che ci vien chiesto di fare.
Ma il mio pessimismo realista comprende che non sarà così.
Nel frattempo prendiamo consapevolezza dell’importanza di Internet, l’unica cosa che ci terrà in contatto con il mondo o che ci permetterà di fare digitalmente cose che facevamo in altro modo, leggere, film, musica ecct.
Vediamo questo come una opportunità per crescere digitalmente.
Molti imparano a lavorare da casa, mia figlia fa lezioni on line e assurdamente studia molto di più di prima.
Iniziamo ad abituarci, ci si abitua a tutto.
Ormai siamo come animali in uno zoo protetto, o ammalati che girano nei cortili di un immenso ospedale con i cancelli chiusi.
Iniziamo a scherzare per esorcizzare la paura.
Sembra che tutto il mondo sia stato a Codogno, assurdo.
La cosa, per me, assurda, e continuo a pensarlo, che oltre a gestire l’immenso lavoro ospedaliero per contenere e non far morire le persone, nessuno prova a cercare la causa, dando per scontato o fatalità che tutto arrivi da lì, dalla Cina.
Io personalmente ho i miei dubbi, in quanto questo virus, sembra essere un virus campagnolo, si diffonde in zone agricole anziché come si aspetterebbe, nelle grandi città dove c’è più spostamento.
Chissà sarò pazzo, ma un dubbio mi rimane che possa essere qualcosa di autoctono.
Passano i giorni, la scadenza sta arrivando.
Io sono tra quelli che sperano che continui, diversamente rischieremo il disastro e vanificheremo il sacrificio fatto.
Ma come tutti sanno vengono prese scelte diverse.
Prima si riapre tutto, compreso le stazioni ferroviarie, rischiando di far ritornare qui quello che forse abbiamo contenuto.
Poi si estende dappertutto, l’intero paese.
Questo per noi è destabilizzante.
Eravamo più tranquilli quando gli isolati eravamo solo noi.
Ora non si capisce più nulla, siamo tutti uguali, ma per noi non è così.
Noi non siamo uguali agli altri, insieme a Vò, siamo stati isolati dal mondo.
Non possiamo concepire di essere assimilati a chi tutto questo non lo ha sopportato.
Si comprende che ormai la situazione sta diventando ingestibile, ma noi avevamo raggiunto una tranquillità, e ce l’hanno distrutta ancora una volta.
La paura monta, passeggiare non è più uno svago per la mente, sembra che stai rubando qualcosa e devi scappare per non farti prendere.
Assurdo.
Ovviamente per noi che lo viviamo.
Ci chiediamo, perché quando eravamo in pieno focolaio ci facevano andare in giro liberamente ed ora ci limitate ancor di più.
Non lo posso accettare, lo comprendo per chi questo non lo ha vissuto fino ad oggi e deve capirlo, ma noi no, dovremmo avere un trattamento speciale.
Poi accade una cosa, mi accorgo che una persona della chat, da un pò non risponde.
Forse si è stufato di questi messaggi, ma ho un dubbio.
Lo contatto via e-mail e gli chiedo come sta.
Dopo un pò mi risponde, mi dice che è ricoverato per il virus a Milano.
Mi si gela il sangue.
Comprendo che si cammina con proiettili vaganti che vengono sparati in giro e solo per casualità, tu non sei stato colpito.
Questa persona come un’altra, colpita dal virus, abitano in palazzi vicino a dove abito io.
La consapevolezza della paura aumenta, una cosa è vedere in strada a Codogno, ambulanze con equipaggiamento da film di fantascienza che va prelevare un malato, altro è conoscerlo ed essere suo vicino di quartiere.
Stamattina con questa consapevolezza esco, vado a comprare il giornale, ma c’è qualcosa di diverso.
Il panico passeggia per la città.
Ci sono le macchine che disinfettano le strade, i vigili che comunicano di stare in casa.
Ho paura, ho paura più di prima.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento