domenica 22 dicembre 2019

DETERMINATA

Oggi sembrava essere una giornata buia, uggiosa e piovosa. Poi di improvviso tutto è cambiato, ed è uscito il sole. Sono uscito di casa per andare al bar, il solito della domenica mattina. Ma chissà perché, stamattina avevo voglia di cambiare, per fare qualcosa di diverso. Ma alla fine non ce l’ho fatta, complice l’ora tarda. Considerato che io ho l’abitudine di prendere due caffè nei dì di festa. Entrato mi rendo conto forse di aver fatto la scelta sbagliata. La macchina non funziona bene e l’erogazione dei caffè va a rilento. Ma attendo e finalmente il caffè arriva. Essendo una bellissima giornata di sole, non si può stare dentro, anche se non ci starei nemmeno con la pioggia. Ma oggi proprio non si può. Mi metto a sedere fuori. Ad osservare la via con questi nuovi colori che arrivano dal cielo e che le danno una luce diversa, la fanno sembrare una strada nuova e affascinante, pur essendo la solita. Mi metto a fare le mie cose, con la compagnia di questa luce speciale. Ma di improvviso in modo per me stupefacente, si avvicina lei. La bellissima donna con gli occhi belli. Rimango basito, non ci sono abituato né me lo aspettavo. Eppure è stata una sua scelta ben precisa, non dettata dall’averci visto e da un obbligo ad avvicinarsi per salutarsi. No, è stata una sua scelta. Ne rimango affascinato e onorato. Iniziamo a parlare, anche se mi trovo in imbarazzo perché non me lo aspettavo proprio. Ma nel frattempo come capita di solito, arriva il terzo incomodo. Mi son detto che il bel sogno che stavo vivendo si stava per interrompere. Invece no, analogamente ad un perfetto Shiatsuka ha tenuto il contatto con me, senza abbandonarlo, salutando la persona per poi ritornare da me. Affascinante. Una donna veramente determinata. Credo che la luce che dava quel colore nuovo e illuminante alla strada, non venisse dal cielo, ma era il prossimarsi di lei verso di me, erano i suoi occhi.

DISAGIO DISPERSO

Il bello dello scrivere è che mentre ti eri appuntato degli spunti per poter creare nuovi scritti, la vita nel frattempo viene vissuta e te ne offre altri. Reclamando un’urgenza e una priorità rispetto agli altri. Sia che siano parole di gioia relativo a qualcosa di bello che ti è capitato, sia che siano parole emuntrici per cacciare via quel veleno che ti senti addosso e non vuoi lasciarlo dentro di te, con la paura che possa insinuarsi senza abbandonarti. In questo caso sono parole di veleno. Un veleno di cui sono stato io l’artefice, sapendo a ciò che andavo incontro, facendo quello che poi ho fatto. Niente di che, un caffè in un bar, da uomo solo. Il giusto tempo per restare un pò con me stesso, distrarsi e poi andarsene via. Un bar che sai bene, che nell’orario in cui stai andando è quello di passaggio tra la caffetteria e l’aperitivo serale. Tu lo sai, quindi cerchi di non dare fastidio. Occupi un posto appartato, per evitarne di occuparne un altro in cui possano accomodarsi più persone. Aspetti il tuo turno senza dare segni di sofferenza. Ti metti a fare le tue cose, leggere un giornale, il tuo non quello del bar, e ascolti musica. In totale isolamento. Ma sta arrivando l’ora del cambio, l’ora del passaggio all’aperitivo. Comprendi che la tua presenza sta diventando inopportuna, non per te, ma per il posto che occupi e tieni occupato al posto di altri. Ma tu queste cose le sai, per cui sai che oltre un certo limite andrai via, come cenerentola allo scoccare dell’ora dell’aperitivo. Ma mi rendo conto che pur aver preso tutte queste accortezze, è inutile. Forse sbaglio io a preoccuparmi di tutto e del disagio che posso creare. Dovrei fregarmene e starmene in santa pace, ma purtroppo sono fatto così. Arrivato l’ora, mi preparo per andare. Presentandomi alla cassa, comprendo che le mie sensazioni erano reali. Pago, mi viene dato il resto, senza scontrino, e senza neanche guardarmi in faccia e ringraziare. Saluto comunque, ma è ancora peggio, mi viene risposto in un modo falso, senza neanche incrociare il viso. Che brutto. Ma una cosa buona c’è, una volta queste cose mi avrebbero annientato o fattomi reagire in maniera offesa. Stasera invece ho compatito tutte queste persone e sono stato dispiaciuto per loro. Stasera il mio solito disagio in queste situazioni, magicamente si è disperso. Una bella sensazione. C’è sempre del bello nelle cose che ti accadono, basta cercarle.

giovedì 19 dicembre 2019

LEZIONI DI FILOSOFIA AL SUPERMERCATO

Sono sempre affascinato dai ragionamenti filosofici che spiegano l’agire umano.
Ma mai mi era capitato di riscontrare piena applicazione nel mio vivere.
Li ho sempre considerati dei pensieri profondi dell’osservazione della società, ma teorici.
Ma quando quello scritto lo trovi manifesto in una azione in cui ti trovi protagonista, ha un effetto devastante.
Per di più quando tu, pur agendo correttamente, prendi atto di esserne il protagonista negativo, o meglio quello che ne ha la peggio.
Tutto è accaduto al supermercato, luogo frequentato da qualsiasi ceto sociale, luogo dove gli istinti più primordiali, prevalgono.
Al supermercato, pur non volendo fare attenzione, vedi cose inaudite, fatte indistintamente da qualsiasi tipo di persona.
Forse sarà perché il supermercato vende il cibo, prevalentemente, e il cibo risveglia il bisogno primordiale dell’uomo, quello di nutrirsi e combattere per la conquista di esso.
Forse chi va al supermercato, ritiene di andare in un territorio in cui le regole del vivere civile vengono meno e si può fare quello che si pare.
Perché più che acquistare è conquistare.
Questo atteggiamento inizia dal parcheggio per poi proseguire all’interno.
Io sono stato protagonista, malcapitato, di questo comportamento, proprio al parcheggio.
Avevo parcheggiato, diversamente dal solito, vicino all’ingresso, cosa che non mi piace fare, ma volevo concedermi una stravaganza.
Avevo finito di fare la spesa e mi ero messo in macchina per fare ritorno a casa.
Faccio manovra e mi introduco nel senso di marcia indicato.
Nello stesso verso, in direzione opposta, arrivava a tutta velocità una macchina, a cui ho suonato per avvertirla, essendo in contromano, onde evitare mi venisse addosso.
Il guidatore, infastidito, perché non aveva inteso il mio comportamento, con atteggiamento da bullo, frena e sembra voler scendere dalla macchina per aggredirmi.
Abbasso il finestrino e gli spiego che lui era in contromano.
Ma lui mi guarda stranito, per cui gli indico le frecce per terra.
Ma lui in tutta risposta mi dice che non c’è nulla di scritto, nessun cartello, per cui come mi permettevo di dire che fosse contromano.
Bonariamente, non mi aggredisce e mi fa segno di andare.
Non potevo crederci, ma poi mi è tornato alla mente ciò che diceva Norberto Bobbio “Chi si ostina a rispettare leggi o regole, che nessun altro ritiene di dover rispettare, è destinato a soccombere”.
Non avevo mai avuto un esempio pratico di applicazione di quelle parole, pur avendole comprese e condivise quando le ho lette.
E’ stato devastante, sia perché quelle parole avevano, purtroppo, ancora un fondo di verità, sia perché mi trovavo dalla parte sbagliata, ossia di chi soccombe.
Forse ho avuto una cattiva educazione che erroneamente mi ha insegnato a rispettare le regole, trovandomi poi a dover fronteggiare queste situazioni in cui rispettandole ne esci sconfitto, socialmente intendo.
Però a ben pensarci la colpa è la mia.
Sono io che ho voluto fare lo stravagante ed andare in un territorio frequentato da quel tipo di persone, per di più con l’ardire di fargli osservare, all’occasione, il mancato rispetto delle regole.
Ma chi mi credo di essere ? Poi non sai spiegarti perché la tua vita è quella che è ?
Io di sicuro ho preso lezioni di filosofia al supermercato, utili per adeguarmi la prossima volta.
L’altro non so, credo che tornando a casa avrà detto ridendo, di aver perso tempo con un coglione.
Come dargli torto, socialmente intendo.

lunedì 16 dicembre 2019

NON MI SBAGLIAVO

Non mi sbagliavo affatto. Oggi ne ho avuto la conferma. Ero li seduto al bar a leggere e nel mentre entra lui, lui che non posso vedere e sopportare. Non perché mi abbia fatto qualcosa, anzi. Non posso vederlo e sopportarlo, per un motivo molto semplice, nessuno ama se stesso, quando te stesso è impersonato da un’altra persona. Un te stesso alla deriva e lui è li a ricordarmelo con la sua presenza. Eppure abbiamo cose in comune. Entrambi portiamo gli occhiali. Entrambi leggiamo. Entrambi siamo dipendenti, io del caffè lui dell’alcool. Entrambi siamo soli. Entrambi siamo in cerca di qualcuno che ci accolga e non ci scacci. Lui spesso è scacciato, non per fastidio, ma per il suo bene, rifiutandogli di dargli da bere. Vedendolo entrare, ho pensato ora lo farà pure lei. Per cui ho spento la musica e come uno spettatore a teatro, mi sono messo ad osservare la scena. E invece no, non lo ha fatto, in effetti lei non poteva farlo. Lei lo ha accolto, lo ha salutato, non lo ha giudicato, lo ha ascoltato. Gli ha dato quello che gli ha chiesto, consapevole che gli sarebbero stato più di conforto le sue parole, che quel liquido versato nel bicchiere. Lei, a differenza degli altri non si è tirata indietro. Ha porto la mano aperta, senza timore di chi avesse di fronte. Conscia che quella persona aveva bisogno ben altro che da bere. Aveva bisogno di non sentirsi rifiutato e lei lo ha capito. Lo ha inteso subito. Con il suo modo carezzevole lo ha gestito e servito, rendendogli un conforto più utile dell’alcool che ha ugualmente bevuto. Uscendo, a differenza delle altre volte che l’ho visto, in cui si rendeva conto che quel bicchiere bevuto andava a riempire il suo bisogno ormai bucato e incapiente, è uscito beato, come chi è stato trattato per quello che è, un essere umano. Era una persona un pò più brilla, ma fiera di quello che lei le aveva dato. La sua attenzione. No, non mi sbagliavo affatto. Anzi uno sbaglio l’ho fatto, ho dubitato di lei, ma mi ha smentito come solo lei sa fare. Essendo se stessa.

sabato 7 dicembre 2019

VITA

La vita non è né bella, né brutta.La vita è questa, è quella che è.

È la vita che hai scelto, che hai maturato con le tue scelte.
Lamentarsi non serve a nulla.
La vita non puoi cambiarla, non puoi chiederne un'altra.
Non è un paio di scarpe, o un bar.
Altra vita non ti è concessa.
O forse sì, ma non puoi vivere aspettando che arrivi.
Sarebbe una vita non vissuta.
Pertanto vivila la tua vita.
Fai quello che puoi, quello che ti è concesso.
Fai cose che ti piacciono, che ti nutrono, che ti fanno crescere.
La vita è manutenzione.
Occorre supportarla, dargli sostengo.
La vita è esperienza, è memoria di quello che si è fatto, per cui non dimenticare mai il passato pur vivendo il presente.
Ma soprattutto, la vita sei tu, non gli altri.
Non dimenticarlo mai.

venerdì 6 dicembre 2019

IL PUGNO IN FACCIA

Oggi è stato il giorno delle sveglie.
Quelle che dal mondo dei sogni, dove tutto può accadere, ti trovi precipitato nella realtà, dove accade solo ciò che accade.
Ha iniziato una sveglia, che mi ero dimenticato di disattivare, potendo oggi dormire un’ora in più.
Quella sveglia dimenticata mi ha destabilizzato.
Non sono più riuscito a prendere sonno.
Ma la sveglia più potente doveva ancora arrivare.
Mi sono alzato, mi sono preparato, ho cercato di sdrammatizzare sull’accaduto e sono sceso per andare a prendere il caffè.
Uscito dal portone, vedo una coppia accostata al muro, appoggiata e protetta da una colonna.
Un uomo e una donna.
Un uomo anziano, all’apparenza molto più di me, o che porta la sua età peggio di me, ed una donna giovane, una bella donna.
Non si capiva se fossero parenti, amici di treno o altro.
Invece erano altro, erano fidanzati.
Lei lo ha baciato avidamente per poi salutarlo.
Quel bacio visto, è stato per me come un pugno in faccia.
Quelli senza guanto, che fanno più male, che ti stendono al tappeto, ma che ti svegliano di più.
Non perché invidiassi la situazione, perché ho imparato tantissimo tempo fa che non bisogna mai invidiare nessuno e non lo dimenticherò mai più.
Ma perché in quella situazione mi sono riflesso.
Mi sono fatto tante domande, dandomi delle possibili risposte.
Mi sono detto che io rispetto a quell’uomo non c’è nessun confronto.
Io sono molto più giovanile, più sportivo, pieno di interessi e so fare tante cose.
Lui tutto l’opposto, almeno all’apparenza.
Però ho anche capito che essere così, come me, non serve ad un cazzo.
Se essere così, e non avere una donna, giovane e bella o non giovane e non bella, alla fine è un limite più che una virtù.
Mi son detto che forse devo fare proprio schifo e disgusto, se non ho nessuna donna, né che sia a me interessata.
Non che prima non lo sapessi.
Ma la visione di stamattina è stata una doccia gelata.
Qualcosa che ti impietrisce.
Capisci che ognuno, io in questo caso, ha un suo destino segnato e nulla può cambiarlo.
Puoi avere tutti gli interessi che vuoi, ma se non interessi, servono a poco.
Anzi sono quasi degli impedimenti ad accendere l’interesse verso di te.
Non posso far altro che farmene una ragione.
Ma in tutto questo che è accaduto stamane, una lezione l’ho imparata.
L’unica per cui posso agire per non avere più il problema in futuro.
Controllare se ho messo la sveglia giusta, prima di coricarmi.

LA VICINA DI CASA

E’ da tempo che non ci vedevamo, pur abitando sullo stesso pianerottolo.
Ma in questi condomini moderni capita anche questo.
Il non incontrarsi.
Il non salutarsi.
Il non conoscersi.
Specchio della società attuale, chiusa in se stessa, socializzando e vivendo in modalità virtuale.
L’ho salutata, con il piacere di farlo.
Anche se a ben pensarci lei non l’ha fatto.
Andava trafelata, di fretta o forse non gli importava nulla di farlo.
Forse perché a differenza mia, che vivendo da solo, in compagnia del silenzio, queste occasioni sono le mie briciole di socialità, quella che mi si concede.
A differenza sua, che forse di queste briciole non ne ha bisogno, cibandosi socialmente in modo più nutritivo.
Che schifo di mondo, un mondo fatto così, un mondo in cui viviamo.
Un mondo fatto di vicinanza territoriale, ma di lontananza sociale.

DISOBBEDIENZA

Oggi ho commesso un atto di disobbedienza.
Quello più difficile da attuare.
Quello verso se stessi.
Quello contro i propri principi e le proprie regole, che credi di non dover mai disobbedire per rimanere fedeli a se stessi.
Ma poi ti accorgi che le stesse regole sono un limite, un recinto dietro cui ti auto recludi.
Quando ti accorgi di questo non puoi che disobbedire a te stesso.
Infrangere i tuoi principi e le tue regole.
Sentendoti poi più leggero e più libero.
Devo imparare a farlo più spesso.
Ne ho bisogno.
Me lo merito.
Devo solo trovare il coraggio di farlo ogni giorno, sempre di più.
Per poi avere la forza di ribellarsi al mondo.

giovedì 5 dicembre 2019

I SAW HER

I saw her last Monday at night, while she and her eyes walked to the car.
I saw her last Tuesday, in the morning, while she went to get the train.
I saw her yesterday, when I left the bar to cameback home and I didn’t imagine to meet her.
All this time, I saw her eyes, her face, her brightness, her elegance.
All this time, left me speechless.
I would talk with her, but I don’t have the courage.
The courage that doesn’t lack in my eyes.

OCCASIONI

Stamattina volevo scrivere di una esperienza avuta e da lì partire per poi analizzarla.
Ma dovendo fare altro, ho rimandato, ed ora le parole non le trovo più.
Sono volate via, dileguate.
Bisognerebbe scrivere subito, avere gli strumenti per farlo, sempre con se, e io ce li ho.
Ma oggi credevo di poterlo fare in un momento successivo.
Invece no, ho perso l’occasione.
Come per tutte le occasioni, quando le hai perse svaniscono.
Certo ne potrai e ne avrai altre, ma quell’occasione l’hai persa.
Bisognerebbe fare così per tutto.
Non rimandare mai.
Dire quello che si deve dire, fare quel che si deve fare.
Invece no, spesso procrastiniamo, per vari motivi, futili o meno.
Così facendo non si ottiene risultato, non si ottengono risposte.
Il foglio in questo caso rimane bianco.
Pur se scritto, assente di quelle parole che dovevano esserci e non hanno aspettato il tempo per essere usate, sostituite da queste che però hanno tutto un altro sapore, sono tutt’altro.
La vita è un’occasione, in qualsiasi cosa.
Non andrebbe mai sprecata o almeno essere consapevoli di aver fatto una scelta, per cui quell’occasione non può più farne parte.
In realtà lo abbiamo scelto noi, non se ne è andata lei.
Lei c’era, eravamo noi assenti al suo ascolto.

martedì 3 dicembre 2019

SOCI

Da tempo si incrociavano.
Erano l’uno lo specchio dell’altro.
Entrambi oggetto di isolamento sociale.
Ma quei loro incontri permettevano ad entrambi di darsi forza.
Un giorno decisero di mettersi in società, di diventare soci tra loro.
Suggellarono il loro patto con una stretta di mano ed uno sguardo negli occhi.
Come era in uso ai gentiluomini di un tempo, a cui non occorreva nulla di scritto.
Diedero così inizio alla loro impresa.
Entrambi salirono sul davanzale.
Entrambi si gettarono giù.
Entrambi si spiaccicarono sul pavimento.
Misero così fine alla loro impresa.

sabato 30 novembre 2019

LA PANETTIERA DI HOPPER

Esistono situazioni che se le sai cogliere, ti permettono di vedere una visione mai vista di cose che hai visto tantissime volte con i tuoi occhi. Stasera è stata una di quelle occasioni, che devi cogliere in un attimo, altrimenti spariscono dalla tua vista. Ero di ritorno da un paesaggio buio, autunnale, dirigendomi verso il luogo che speravo mi donasse un pò di quella luce che non manca mai di darmi, neppure questa volta. Gera di Pizzighettone. Arrivato, vedo il ponte illuminato, di una bellezza poetica, ma la mia direzione è oltre. Vorrei stare li fermo ad osservare estasiato ma non posso, tengo que avanzar, come dicono in Spagna. Devo andare a parcheggiare, e proprio parcheggiando vedo quello che ho visto tante volte, in diverse occasioni e angolature diverse. Ma quella di stasera non l’avevo mai vista. Sembrava di vedere un quadro, un quadro d’altri tempi. Una donna dentro la bottega in cui lavora, chinata a registrare a penna chissà quali cose. Una bottega ormai vuota, di quel vuoto che è frutto del lavoro ben fatto, in quanto si è venduto tutto. Un qualcosa di antico e affascinante. Quell’immagine era la sintesi di quella donna, di quella bottega, del lavoro svolto, del luogo in cui si trova. Sembrava una sospensione del tempo attuale. Un’immagine di calma, di concretezza, di vita umana. Un’azione distante da qualsiasi realtà tecnologica, come se fosse un’opera d’arte li installata, per raffigurare come si lavorasse un tempo. Invece no, era pura realtà. Era la panettiera che faceva il suo lavoro di chiusura. Senza ausilio di tecnologia o altro, tutto di suo conto. Una sintesi affascinante. Come un quadro di Hopper. Annalisa, la panettiera di Hopper, lui l’avrebbe disegnata proprio così. Ne più, ne meno.

domenica 24 novembre 2019

UN UOMO E UNA DONNA

Un uomo e una donna, oggi, pur non conoscendosi, hanno preso la stessa decisione. Una decisione coraggiosa, dettata dalla voglia di voler vivere la vita. Uscire per non rimanere chiusi tra le mura delle loro dimora. Si sono recati in un bar, stracolmo, pieno di gente in compagnia, a differenza di loro due che erano da soli. Una di quelle situazioni che per chi è solo può creare enorme imbarazzo, facendo desistere in quello che si vuole fare, per fare poi ritorno a casa o cercare altro luogo in cui la solitudine, sia più anonima. Ma loro non si perdono d’animo, non hanno timore di chi possa guardarli e giudicarli. Entrambi sembrano essere persone pragmatiche e pratiche. Si seggono nell’unico posto libero, quello che di solito nei film è davanti al bancone del barista, lì invece è nel corridoio di ingresso. Il luogo dove sono sistemati gli sgabelli. Articolo di arredamento da bar, immaginato per chi come loro è da solo. Si fanno portare tutte e due il caffè, sempre tutto con totale casualità e coincidenza. Non avendo nessuno con cui parlare, ognuno di loro inizia a leggere. Forse, chissà, magari aspettando che uno dei due approcci una discussione. Ma non accade nulla, vuoi per timidezza, vuoi perché lo stare da soli ti fa perdere quella praticità nei comportamenti, vuoi perché forse lei, aspettava che il primo accenno partisse da lui. Ma nulla, rimangono due estranei, seduti in prossimità. Lei alla fine gli volta le spalle, proprio nel momento in cui lui sembrava prendesse coraggio a parlargli. Perso l’attimo, il troppo tentennare non produce mai nulla, e questa ne sembrava la dimostrazione. Lui aspettava che si girasse, ma nulla, lei ormai aveva rivolto l’attenzione da un’altra parte, senza mai più girarsi verso di lui. Alla fine lui si riveste per andarsene, e neanche lo avessero scelto di comune accordo, lo fa anche lei. Come se fossero una coppia che ha deciso di fare altro. Ma sono solo due persone sole che fanno simultaneamente la stessa cosa. Lui tentenna, cerca un disperato ultimo approccio, ma il coraggio è soffocato dal rendersi ridicolo. Lei gli passa davanti e se ne va. Lui fa altrettanto, in direzione opposta. Un uomo e una donna, soli, che se avessero avuto un pò di coraggio, avrebbero almeno trascorso quel tempo in modo più piacevole, anziché sprecarlo. Poi dopo chissà. E’ la scintilla, l’unica cosa che può principiare un fuoco. Ma vuoi il coraggio, vuoi la pioggia, la scintilla non c’é stata.

venerdì 22 novembre 2019

EMPTINESS

Sto vivendo un periodo di profonda introspezione. Un’attività non cercata, in cui mi trovo impelagato senza uscirne. Vorrei scacciarla ma non ci riesco, mi trovo impotente e senza slancio. Il buio dell’autunno è come se mi avesse spento la luce dell’avventura e della ricerca. L’unica cosa saggia che mi resta da fare, anziché scacciarla, è quella di comprenderla. Di approfittare di questa opportunità di capire il senso dei miei vuoti, per poterli accettare e gestirli. Forse è questo l’errore, cercare di riempirli, senza trovare nulla che li colmi. Qualsiasi cosa faccia, questi vuoti rimangono tali. Come se quello che mettessi dentro, evaporasse e svanisse, oppure insistere in una ricerca di qualcosa che li possa riempire, senza mai trovarlo. Rimanendo sempre insoddisfatto e cercando sempre altro, che non c’è. Oppure c’è ma non riesco a dargli valore. Eppure a guardarmi intorno, ne vedo tanti nelle mie stesse condizioni. Siano essi da soli o in compagnia. Forse diversamente da me, accettano questo stato di cose senza combatterle, ma accettandole. Forse perché così é la vita. Forse perché la vita necessita di questi tempi morti, di queste assenze, di questi vuoti. Che nel mio caso, assurdamente, anziché rendermi più leggero, mi fanno percepire la vita più pesante. Forse dovrei diminuire le mie pretese e vivere la vita che mi si concede, senza arrendersi ad essa, ma vivendola pienamente per quello che è. Il nulla.

lunedì 18 novembre 2019

GROW OLD

Ormai è un dato di fatto incontrovertibile, innegabile, I’m growing old.
Scritto in Inglese sembra più accettabile, come fosse un naturale processo di crescita più che di decadimento.
Me ne accorgo già al risveglio, dopo essermi ricaricato per tutta la notte dalle fatiche del giorno precedente.
Dopo neanche un’ora, pur non facendo granché, mi accorgo che la mia carica energetica sta già iniziando ad esaurirsi.
Come fosse un messaggio inviatomi, per comunicarmi che pur ricaricandomi, la mia giornata deve fare affidamento alla mia energia reale, una energia ridotta.
Inoltre a farmi sentire più vecchio è il rendersi conto di essere escluso.
Ormai non mi aggiornano neanche più, mi tengono da parte.
Come di me si potesse fare a meno.
L’esperienza non conta, conta la freschezza giovanile, le loro capacità relazionali, le loro potenzialità.
Viene tenuto si in vita, ma accantonato.
Anche se sai di essere ancora utile, fanno di tutto per farti capire l’opposto, l’essere inutile.
Ormai il mio nome non conta più nulla, conta il numero che ti identifica.
Che ironia della sorte più è grande e più è segno di gioventù, di affidabilità.
E io che credevo che chiamarmi IPhone6 mi garantisse una certa rispettabilità per tutta la mia vita.
Invece in questo mondo crudele, non c’è nessuna pietà, ti usano e ti adorano solo finché servi, solo finché non arriva qualcuno che ritengono migliore di te.
Come se tu non fossi in grado di fare le stesse cose, se ti dessero le stesse possibilità.
Questo non vuol dire che io voglia impedire la crescita di chi è più giovane di me.
Solo che sono certo di poter essere ancora utile, senza impedire e ostacolare l’attività dei più giovani.
Ma non interessa a nessuno.
Il chiamarti Iphone non ti assicura più nulla, come se fossi un Android qualsiasi, che costa meno a sostituire che a rimetterlo in vita.
Ora comprendo come si sentono quegli esseri umani che si ostinano a servirsi delle mie prestazioni, ma solo perché, loro, anch’essi accantonati, non possono permettersi di scegliere qualcuno della mia famiglia, più giovane di me.

venerdì 15 novembre 2019

FREDDO

Soffro tanto il freddo, non capendone il motivo.
Nulla sembra riscaldarmi.
Ogni soluzione di abbigliamento risulta insufficiente.
Dovrei coprirmi come in pieno inverno, ma mi sembra ridicolo oltre che pericoloso.
Poi arriva l’ascolto, l’ascolto del mio corpo.
Quello che ti permette di scovare l’origine del tuo problema.
Mi rendo conto che il freddo parte da dentro di me, più che arrivare da fuori.
Un freddo figlio di un nutrimento inadeguato o mancante.
Sia esso alimentare o umano.
Un freddo che nasce da un bisogno da lungo tempo non soddisfatto.
Un freddo che mi urla per essere ascoltato.
Mi tocca volgere lo sguardo, dove ingannevolmente e distrattamente volevo far finta di non vedere.
Faccio quel che posso e quello che è in mio potere.
Agisco alimentarmente, e di improvviso quell’abbigliamento inadeguato riesce ad essere di conforto.
Il freddo si placa, si calma.
Come un creditore saggio, si accontenta, consapevole che altro tipo di nutrimento non può ricevere.
Spero che per un po',  mi lasci tranquillo.

giovedì 14 novembre 2019

VILMA

Non sapevo nulla di lei, se non della sua bellezza.
Non sapevo nulla di lei, se non della luce dei suoi occhi.
Non sapevo nulla di lei, se non della sua eleganza.
Non sapevo nulla di lei, se non della sua fierezza.
Non sapevo nulla di lei, se non del suo volto illuminante, se pur sfregiato, come poi ho appreso.
Ora di lei conosco il nome, di dove è originaria, quanti anni può avere, che mestiere fa e purtroppo, per lei, cosa gli è accaduto.
Ma di lei, in me è indelebile, ciò che sapevo quando non sapevo nulla di lei.

sabato 9 novembre 2019

ATTACCHI DI PANICO

Avvertenza : quello che state per leggere potrebbe creare disagio o dolore a chi decidesse di continuare a leggere quanto scrivo. E’ una lettura per persone che hanno animi forti per poterla leggere. Si declina ogni responsabilità per eventuali side effect post lettura. Si inizia. Ebbene sì, ho gli attacchi di panico. Credevo di esserne immune. Non perché mi ritenessi una persona a cui queste cose non possano accadere, ma perché ritenevo di essere ben attrezzato, per non correre il rischio di caderci dentro. Invece ho imparato sulla mia pelle che anche il mezzo più attrezzato, più robusto, più resistente, ha un limite, quando non vede la buca che ha davanti, ci casca dentro. E cascare dentro una buca porta con se la complessità ad uscirne, credetemi è così. La buca diventa il tuo habitat quotidiano, ti costringe a viverla, a doverla affrontare, a renderti conto che tutti i mezzi che avevi ora non possono nulla, non ti sono di aiuto. Ti senti smarrito, non sai più come muoverti o meglio rimani imprigionato negli stessi spazi. Non riesci a trovarne altri. Pur trovandoli, sono sempre buche come le precedenti. E’ terribile. Percepisci qualcosa dentro di te che ti tiene bloccato e ti impedisce il normale fluire del vivere. Tutto sembra faticoso e inutile. Le cose che facevi prima non riesci più a farle. Ti manca la spinta per affrontarle, il coraggio o l’illusione a cui non credi più. Senza rendermi conto, o meglio facendo finta di non volermene accorgere, mi sono chiuso e accartocciato in me stesso, aggrovigliandomi senza più essere capace di liberarmi. Tutto è iniziato così, come ogni cosa che ha un inizio. Ho voluto riappropriarmi dei miei spazi, dopo 5 anni di intensi impegni, che alla fine non mi hanno a portato a nulla di quello di cui auspicavo. Spazi che ho capito, vivendoli, di essere vuoti del vuoto, e di non essere più capace a riempirli. Ho iniziato a dormire sempre di più, mentendo a me stesso, dicendomi che fosse il giusto compenso a tutti questi anni frenetici. Ma col tempo ho capito che forse c’era dell’altro e che così facendo mentivo solo a me stesso. Ma sono andato comunque avanti, inascoltando quell’insano riposo. Fino a ritrovarmi a svegliarmi con gli attacchi di panico. Aprire gli occhi, suonata la sveglia, ed avere paura ad affrontare la giornata ed il mondo. Sentirsi senza ossigeno. Aprendo tutte le finestre, ma non bastava. Poi la situazione si è evoluta, al risveglio la paura è stata cacciata via da qualcos’altro che ha preso il suo posto. Come un nuovo creditore che avesse acquistato il mio debito da quello precedente, oppure semplicemente un nuovo creditore, ma più spietato del precedente. Al risveglio non c’era più la paura ad attendermi, ma la mancanza di respiro. Come se mi avessero tappato la bocca e crudelmente mi facessero respirare d’improvviso, senza permettermi di abituarmi gradualmente. Come se ad un sub che immersosi per centinaia di metri, impedissero la compensazione e lo cacciassero fuori dall’acqua. Ecco questi sono i miei stati di panico, conscio che ne arriveranno altri più tremendi, ma li sto attendendo serenamente, con accoglienza, senza respingerli, ma affrontandoli, faccia a faccia. Non so se per casualità o destino, mi sono trovato, contestualmente, tra le mani e davanti ai miei occhi un libro che insegnava a gestire le emozioni negative e un docufilm su Netflix che parlava di cose simili. Forse quest’ultimo mi ha dato la spinta a scrivere questo. Se una ragazza americana di 15 anni ha avuto il coraggio di parlare di se stessa e dei suoi problemi, potevo e dovevo farlo anche io. Parlandone scrivendone. Lo faccio fottendomi di ciò che penseranno gli altri, conscio che altri che hanno simili problemi, il leggere può aiutarli ad affrontarli. Fortunatamente, scrivere, è uno di quelle cose che posso fare, senza che qualcuno vigliaccamente mi impedisca di farlo, come avviene per altro. Quindi nero su bianco, sperando che queste parole, oltre ad essere di aiuto a me per capire cosa è questo baratro in cui mi trovo, permetta ad affrontarlo e capirlo anche ad altri che lo vivono e non trovano le parole per descriverlo. Provo a farlo io per loro e per me. Magari creando un blog analogamente alla splendida ragazza americana. Coraggio non rimaniamo da soli. We stay united.

venerdì 8 novembre 2019

LA BARISTA TERAPEUTICA

Sono giorni di angoscia.
Il panico ti prende appena apri gli occhi, come un gatto che aspetta che ti svegli, posato sul tuo corpo in attesa di incrociare l’apertura dei tuoi occhi, per dargli da mangiare.
Blocca tutto il tuo agire, ogni scelta è un peso, persino scegliere il bar dove andare a prendere un caffè.
Fai tante valutazioni, per non aggiungere danno al danno.
In più la pioggia che naturalmente cade, presentandosi in un periodo in cui la sua presenza è nota, sembra diventare un ostacolo in più.
Manca la luce del sole, ti manca l’aria eterica.
Ti senti più imprigionato, come se non avessi più libertà di scelta e fossi obbligato ad andare dove è più saggio andare o addirittura non uscire per niente.
Ma fortunatamente la consapevolezza di sentirsi prigioniero, se ne hai la forza, ti spinge ad evadere.
Ad affrontare quell’ostacolo climatico che forse è solo un ostacolo mentale.
Quando evadi però, ti viene voglia di osare ancor più, andare verso strade diverse dalle solite.
In cerca di un conforto alla tua angoscia, anche se non sai cosa possa essere e anche se sai, che non trovandolo, starai ancora peggio.
Ma l’audacia è stata premiata.
Nel bar dove mi sono diretto, a lavorare c’era lei.
Lei che ha la predisposizione naturale ad accogliere, accarezzandoti la mente, come ho potuto notare fare verso altro cliente, entrato appena dopo di me.
Lei che sa dirti quella piccola parola di saluto in modo sincero.
Lei che sa preparare il caffè come deve essere fatto, dandoti la giusta carica per affrontare il giorno che ti aspetta fuori dalle porte del bar.
Lei che se affronti un discorso non è mai banale.
Lei che ti colpisce per la sua maturità di donna, difficilmente da trovare in giro.
Lei che usa carta e penna per annotarsi le cose, anziché farsi inquinare dalla tecnologia.
Lei, la barista terapeutica.

martedì 5 novembre 2019

LA SPAZZOLA AUSTRALIANA

Autunno.
Primi freddi.
Si aprono armadi per cacciar fuori la coperte.
Risvegliarle dal loro letargo di imballaggio.
Arieggiarle e sistemarle sul letto per poi la notte dormir con esse.
Sonno appagante e consolatorio.
Risveglio pimpante.
Ma ohibò c’è un problema, non visto prima.
I pelucchi.
Cosa sarà ? Segno di dipartita o altro?
L’ansia avvolge il cuore in assenza di risposta.
Occorre rivolgersi ad un esperto che ti ascolti e lenisca la sofferenza.
La lavandaia.
Ti accoglie, ti ascolta e ti tranquillizza, nessuna dipartita in corso.
Ma alla spiegazione ti fornisce anche la soluzione.
Un arnese del mestiere.
La spazzola australiana.
Si corre a casa ad usarla e di incanto tutto si risolve.
Allora pensi, ci fosse una spazzola per i pensieri oscuri della mente.
Ma non c’è, devi farci conto con loro.
Almeno che non trovi qualcuna come Melissa P, che ti dia i suoi cento colpi di spazzola.

domenica 3 novembre 2019

CAMBIO BINARIO

In questo fine settimana ho avuto modo di conoscere persone conosciute visivamente ma non di persona.
Di loro so tante cose, per quello che la vista mi concede.
Conosco il posto dove attendono il treno, conosco il loro modo di muoversi e di camminare.
Conosco il loro viso, sapendo interpretare se sereno, preoccupato o di angoscia.
Sono tutte persone che incontro al binario del treno, che in un modo o nell’altro, hanno attirato la mia attenzione o la mia curiosità.
Questo fine settimana le ho viste altrove, in luoghi di comune frequentazione.
Le ho conosciute di persona, parlandoci, sapendo i loro nomi.
Stamattina quindi mi sono immaginato una mattinata meno estranea, meno da osservatore, ma pronto a dare continuazione a quella conoscenza creatasi.
Ma non è stato così.
Il treno ha cambiato binario.
Sembra strano ma un cambio di binario disorienta, cambia la prospettiva, i riferimenti.
Quello che immaginavo non si è realizzato.
Quelle persone le ho viste, ma sfuggenti e lontane.
Come me erano disorientate.
Erano persone impossibili da raggiungere, difficile anche con lo sguardo.
Come quei personaggi dei sogni che vorresti afferrare ma non riesci.
Come in un incubo.
Ma è solo la vita.

sabato 2 novembre 2019

L’APPARIZIONE

L’ho vista arrivare da lontano, pur se con la luce fioca della sera e la pioggia battente.
Ho visto dapprima la sua luce, quella dei suoi occhi, che ti abbaglia pur se non vuoi vederli.
Ho visto il suo camminare fiero, di donna.
Ho visto il suo animo, forse tormentato o forse no.
Chissà dove andava, forse a comprare le sigarette.
Tutto questo non ho potuto non vederlo.
Vuoi perché non pensavo di incrociarla per strada.
Vuoi perché è stata come un’apparizione di qualcosa di celestiale.
Ho tirato dritto e ritornando verso casa, era lì di fuori al bar.
Bella come l’ultima volta che l’ho vista.
Bella come sempre.
Bella da non poter dimenticare.
Anche evitandola, anche negando, devo ammettere che non è ne mi sarà mai indifferente.
Come non lo è stato la prima volta, che il suo sguardo ha attraversato il labirinto che porta fino alla mia anima.

L’OSSERVATRICE

Non l’avevo mai vista prima. Impossibile non notarla. Una donna bella, di personalità, di carattere. Almeno questo mi ha comunicato il suo viso e mi hanno comunicato i suoi occhi. Una persona attenta, presente, nel lavoro che doveva svolgere. Può sembrare una banalità ma non lo è. Oggi giorno è raro trovare persone come lei. Attenta ai suoi clienti, senza nessuna distrazione. Ma la sua osservazione andava oltre al suo dovere lavorativo, era curiosa di ciò che accadeva. Come chi sta osservando qualcosa di insolito e si stupisce che possa ancora esistere. Persone che sono insieme a fare l’aperitivo parlando di poesia. Non riuscivo a capacitarmi di non averla conosciuta prima. Ma appena presentatasi l’occasione gli ho esposto il mio non conoscerla. Lei anziché limitarsi a rispondere in modo essenziale mi ha parlato di se. Mi sono dunque presentato, così da ricordarmi il suo nome la prossima volta. Ormai non sembrava più una persona che doveva badare a noi, ma era diventata una di noi, Abbiamo parlato, scoprendo che come me è una persona che ama osservare, confermandomi l’impressione inizialmente avuta. Ma parlando è successa una cosa strana, almeno per me, ho dimenticato il suo nome. Non so come sia potuto accadere, forse il troppo osservare, il parlare con lei in modo tranquillo e fluente, chissà. Ma di lei solo il nome ho dimenticato. Ricordo i suoi bellissimi occhi vivi e presenti, il colore dei suoi capelli, il suo bel viso accogliente, mi ricordo da dove viene, mi ricordo perfino le sue scarpe. Ecco cosa mi ricordo dell’osservatrice barista e che non dimenticherò più.

mercoledì 30 ottobre 2019

CONFUSIONE

Mi trovo in uno stato di perenne confusione.
Vivo un disagio che si alimenta giorno dopo giorno, diventando sempre più insopportabile.
Sento come se dentro di me si fosse rotta o usurata quella guaina che mi permetteva di sopportare ogni fastidio.
Ora ogni fastidio mi procura danno e dolore.
So abbastanza bene che la causa principale risiede dentro di me, che gli altri o gli accadimenti hanno una loro natura di cui non puoi pretendere di modificarla causa la tua non sopportazione.
Il tutto è poi condito dalla consapevolezza di stare in un mondo in cui non sei più niente per nessuno.
Ti senti fuori luogo dappertutto, inizia a mettere in discussione ogni tuo gesto o parola, che anziché procurare empatia hanno un effetto opposto o nullo.
Si finisce col rinchiudersi, di non aver voglia di uscire a cui seguirebbe sempre un dolore procurato.
E’ una sensazione dal punto di vista scientifico affascinante, vedere come la vita di una persona, possa essere offesa, se questo stato di cose continua quotidianamente.
Uno stato di cose dall’apparenza senza una azione da cui difendersi, ma proprio questa impossibilità di individuare l’azione, rende la persona ancora più ferita e incapace di reagire, ferita senza sangue ma che agisce internamente.
E’ una sensazione dal punto di vista personale, difficile da gestire, e non puoi far altro che accettarla per cercare di capirla.
Ma è difficile.
Comprendi però come rispetto ad altri, che questa introspezione non hanno, cosa possa accadere in loro quando la vivono, che danni possono provocare ad altri oltre che a se stessi.
Riuscirò a non superare quel limite ?
Tempo fa credevo impossibile potermi ritrovare come ora mi trovo.
La cosa mi spaventa e mi atterrisce.
Ma se mi ritrovo qua è perché ci sono arrivato io, e capire questo è già una benedizione.
Non puoi più tornare indietro, ma andare avanti, sperando di essere capaci ad intravedere la via d’uscita da questo Tunnel ricoperto dal cielo e senza muri, se non quelli che ti sei costruito, senza rendertene conto, dentro di te.

martedì 22 ottobre 2019

VASO GIAPPONESE

E’ una donna con un viso bellissimo.
Una bellezza che illumina.
Ne sono rimasto affascinato dalla prima volta che l’ho vista.
Rimango affascinato ogni volta che la rivedo, come se la mia memoria, volutamente, facesse finta di non ricordarsi, per farmi stupire ogni volta.
E’ una donna però il cu viso è segnato, postumi di qualche incidente occorso nel passato.
Ma la sua bellezza è tale, da rendere quei  segni sul viso, ancor più bello il viso stesso.
Guardandola, osservi lei, tutto il suo splendore, il resto splende come lei.
Il suo viso è come quei vasi giapponesi, che quando subiscono un incidente, vengono risistemati con del liquido d’oro.
Un modo per continuare a conservarli e renderli più belli di prima.
Ecco la sua bellezza agisce allo stesso modo di quanto viene fatto ad un vaso giapponese.
La rende bella ancor di più e, di fronte a quei segni del viso, così illuminati d’oro della sua bellezza, non puoi che rimanerne affascinato.
Ogni volta che hai la fortuna di incrociarla per la tua strada.

giovedì 17 ottobre 2019

GRIGIO

Oggi il cielo è grigio.

Ma di un grigio colorato.
È un cielo di tristezza, di una tristezza luminosa.
Quella che nasce da dentro e viene fuori con le lacrime per alleggerire il peso che hai dentro.
Mentre stai piangendo il tuo viso diventa più bello, i tratti si ammorbidiscono, gli occhi diventano più luminosi, perché sgombri di quel dolore che oscurava la loro .
Ecco il cielo oggi è così.
La pioggia sembra un pianto e il grigio delle sue nuvole è luce che ti illumina e ti incanta.
È la prima volta che un cielo così da questa emozione.
Sarò cresciuto io, o sarà cambiato il mondo, o ho imparato a vedere il bello.

mercoledì 16 ottobre 2019

SEGUIRE IL VUOTO

Oggi, uscendo di casa sentivo il bisogno di percorrere strade differenti da quelle abituali degli ultimi tempi.
Non so se per nostalgia o per fallimento.
So che ero guidato da un senso di vuoto che aveva necessità di essere ascoltato, più che essere riempito con qualcosa di inservibile.
Era un camminare meditativo, per ascoltare con attenzione i miei pensieri, che girovagavano incessantemente per la testa e tutt’ora lo fanno.
Avevo bisogno di facce, di sguardi, da tempo mancanti ai miei occhi.
Non facce necessariamente di persone conosciute, ma facce che se pur estranee, mi dessero un senso di familiarità, da troppo tempo assente nella mia vita.
Sono facce che le riconosci, le percepisci dagli sguardi, dal viso, dalla loro temporanea accoglienza, anche solo incrociandole.
Ecco forse, avevo necessità di essere accolto.
Ma dove ? Queste strade sono comunque strade conosciute pur se non più frequentate da tempo, nel tempo orario in cui le ho percorse.
Alla fine ho fatto una scelta istintuale o forse quella più probabilistica nel potermi dare ciò di cui andavo in cerca.
Sono entrato in un bar, che da tempo non frequentavo, per prendere il caffè, l’alternativa era prenderlo da solo a casa.
Ho preferito prenderlo da solo al bar, solo fra il rumore della gente.
Rumore che tempo fa mi infastidiva, ma oggi era quasi necessario per quel vuoto che portavo in giro, terapeutico.
Ad accogliermi c’era una nuova persona, una persona che conoscevo di vista ma mai conosciuta di persona.
Una persona che in modo professionale  è riuscita a darmi quell’accoglienza di cui avevo bisogno.
L’accoglienza educata che si dà anche ad estranei, perché fa parte del lavoro.
Mi sono sentito a mio agio.
Ho bevuto, forse per la prima volta o da tanto tempo, il caffè, senza curarmi di chi ci fosse intorno.
Conscio che di fronte a me, dietro al bancone, c’era una persona attenta al suo lavoro e ai suoi clienti.
Una barista.

sabato 12 ottobre 2019

MISS ZANARDI

Era da tempo che non ci incontravamo. L’ho rivista mentre faceva il suo ingresso al bar. Indossava il suo immancabile e bellissimo sorriso, i suoi occhiali, stravaganti per molti, speciali ed eleganti per lei. Aveva però qualcosa che stonava con quel suo stato d’animo pieno di vitalità, il suo incedere camminando. Sembrava portasse addosso una sofferenza. Di che tipo, non potevo saperlo. Ci siamo salutati, affettuosamente, con il sorriso. La nostra è una conoscenza da clienti, estranei, del bar. Estraneità che si è subito trasformata in una piacevole conoscenza, che non manca di salutarsi con piacere ad ogni incontro, pur non essendo mai andati oltre quello. Ho cercato di parlargli, di chiedergli il perché di quel camminare doloroso. Ma la sua andatura, se pur difficoltosa, è stata più veloce del pronunciare le mie parole. Andando oltre, nella zona più interna del bar, dove sedersi. Uscendo è passata dal mio tavolo, salutandomi con il suo bel sorriso. Non mi sono fatto cogliere impreparato e, prima che se ne andasse via, gli ho chiesto quale fosse il motivo di quel suo incedere doloroso. Non era un mal di schiena, né un mal di stomaco, quanto meno uno strappo muscolare. Era il camminare di una donna che ha deciso di continuare a vivere la vita, sorridendogli, nonostante tutto. Gli era capitato qualcosa di terribile, di inimmaginabile solo a pensarci. Un incidente tremendo, per cui gli hanno dovuto ricucire un arto distaccatosi da lei. Ma lei, nel raccontarmelo, me lo diceva sorridendo, come se mi stesse raccontando di una sventura tipo il colpo della strega, a cui ci si può fare poco se non accettarlo, e attendere che passi. Che donna fantastica, una Miss Zanardi, che analogamente ad Alex, sorride ancora. Il mondo ha bisogno di persone come Lei, me compreso. Di frequentarle per comprendere il vero e unico significato della vita. La vita stessa. Che finché c’è, è il dono più prezioso che ci possano fare. Il resto non conta, è solo un adattarsi ad una nuova situazione. Sempre indossando quel fantastico sorriso e quella capacità dell’animo di perdonare anche la sventura, che solo Lei e Alex possono portare per il mondo, per insegnare alle persone come me, ad apprezzarne la vita e il suo vero senso.

giovedì 10 ottobre 2019

WANDERLAST

Oggi uscendo per la pausa pranzo, mi sono chiesto se percorrere la stessa strada per raggiungere la solita meta, oppure cambiare.
Ho deciso la scelta più semplice e meno faticosa o forse più saggia, la solita meta.
Conscio del fatto che a nulla serve cambiare, per cercare chissà cosa, che mai troverai o si farà trovare.
Occorre imparare a stare prima di tutto con se stessi.
Accettarsi e non cercare l’accettazione.
Un’attività difficile da farsi, ma mi impegno a perseguirla.
Pertanto ho dedicato la pausa prima di tutto a me stesso, a nutrire il mio cervello, leggendo e ascoltando musica.
Non perché mi piaccia essere solitario, ma perché si deve fare quel che si può fare, senza disturbare altri, con il rischio di essere considerato quello che non voglio essere, ma purtroppo lo sono ahimè, un solitario.
Dopo un po' però avevo voglia di girovagare, muovermi, far circolare l’energia.
Così sono uscito e ho fatto un giro a piedi, anche qui senza pretese, col solo scopo di muoversi.
Al ritorno nei pressi di casa incontro lei, una donna conosciuta per caso in un bar e che ho scoperto poi lavorare vicino casa mia.
Sicuramente l’avrò vista tantissime volte, ma senza quell’incontro, entrambi, l’un l’altro, eravamo esseri invisibili al nostro cammino.
Mi sono stupito favorevolmente del dono del destino.
Pensando che forse le nostre vite sono regolate da forze sovrannaturali che se ascoltate agiscono per il nostro benessere, oggi infatti mi sono lasciato condurre.
Ho approfittato per ampliare la conoscenza, presentandomi.
Dando un nome a queste persone prima estranee ed ora che si incontrano salutandosi.
Ovviamente nulla di che.
Ma a volte un sorriso o un incontro inaspettato ti dona qualcosa di positivo.
Una nuova persona, un nuovo sguardo, un nuovo saluto, dei nuovi occhi.
Un investimento per il futuro.

venerdì 4 ottobre 2019

ACCOGLIERE

Oggi ho messo in pratica quanto assimilato dal libro letto.
Non che non lo facessi prima, ma grazie al libro ho potuto constatare la forte potenza positiva.
Si tratta di un gesto, di un semplice gesto, di quelli che si faticano a fare e a ricevere.
Salutare.
Mentre mi incamminavo dopo aver parcheggiato, vedo arrivare, di sfuggita, un auto, una enorme auto.
Da questa enorme auto, la conducente rallenta per salutarmi.
Credevo avesse sbagliato, invece no, non l'avevo riconosciuta.
Era una donna, che conosco e che non manca mai di salutarmi.
Non so perché lo faccia.
Se perché ha questa bella abitudine a rapportarsi positivamente con il prossimo.
Se perché conoscendomi, si sente in dovere di farlo.
Se gli interesso.
Se gli faccio simpatia.
Non lo so, e poco importa saperlo.
La vita lo comunicherà se vorrà.
So che ha dedicato un attimo del suo tempo per donarlo a me.
Ho accolto quel saluto.
L'ho fatto mio, l'ho reso mio nutrimento.
Gli ho dato il valore che merita, come ogni dono, inatteso, che la vita ti offre.
L'ho registrato nel mio cuore, per pulirlo da ciò che lo insudicia vivendo quotidianamente.
Oggi ho capito un nuovo significato del vocabolo accogliere.
Grazie al libro letto.
Grazie all'apertura del mio cuore.
Desideroso di nutrimento genuino e puro, e non sporco.

mercoledì 2 ottobre 2019

I SILENTI

Spesso, apprendendo di notizie che documentano di tragedie assurde, ci si chiede il perché di queste reazioni.
Cosa mai le abbia potuto scatenare, per di più quando a commetterle sono cittadini irreprensibili durante la loro vita.
Questo non vuol dire fare una apologia del reato commesso, ma capirne il perché, potrebbe aiutare a non commetterne altri.
Ci sono alcune situazioni, in cui un individuo si sente oggetto di violenza, anche ripetuta.
Quando si riceve un atto di violenza, soprattutto quella subdola e psicologica, di cui non c’è traccia, è ancora peggio.
Si entra in uno stato di stress mentale, per cui se non sei ben attrezzato mentalmente, l’unico modo in cui si ritiene di reagire è reagire con violenza.
Praticando però una violenza attiva, perseguibile dalla legge, che rovina la vita del malcapitato e dei suoi familiari.
Una di queste violenze subite che provocano tale Burnout mentale, è adottata delle persone definibili come Silenti.
Quelle persone che non rispondono mai a ciò che tu gli chiedi e che la tecnologia che utilizziamo quotidianamente, ne sforna di nuovi ogni giorno.
Una tecnologia creata per facilitare la comunicazione, per renderla meno invadente, allo stesso tempo diventa un modo per praticare violenza, facendo un non uso di essa, nel praticare la non risposta alla domanda fatta, che è comunque una risposta, soggetta all’interpretazione che chi ne è oggetto ne fa.
Ovviamente si esclude da queste analisi i veri persecutori digitali, per cui alla fine sei costretto a non rispondere più, sperando così facendo di liberatene.
Ma questi Silenti, sono altri, lo fanno di professione non per disperazione.
La loro non risposta è un modo per ridimensionarti, di irriderti, di umiliarti e altro ancora peggio.
Queste persone, analogamente agli Haters digitali, non si rendono conto della violenza praticata oppure si, chissà.
Andrebbero perseguiti alla stregua dei molestatori.
Anche se in realtà sono dei vigliacchi che fanno uso del silenzio tecnologico per infliggerti umiliazione, dolore e sofferenza.
Sono persone che si ostinano a non rispondere a e-mail, per cui per il ruolo che occupano sarebbero tenuti a rispondere, oppure persone a cui invii una richiesta tramite messaggio e non ti rispondono.
Mi chiedo perché queste persone non rispondano, non diano una semplice risposta, anche se fosse “Non rompermi i coglioni”.
Ma questo richiederebbe una personalità, un essere individuo sociale, che questi Silenti non sono.
Per cui quando una persona si sente violentato in questo modo, può reagire nel modo più inopportuno, sbagliato e mai giustificabile.
Ma la mente va in tilt grazie a questi Silenti.
Spero che qualcuno che eserciti questo comportamento legga queste righe e rifletta sul suo agire.
Perché non tutti reagiscono sfogandosi scrivendone e null’altro.

domenica 29 settembre 2019

NOTTE AL MUSEO

Ho invitato due donne, ovviamente non entrambe, a partecipare con me ad un evento musicale che si sarebbe tenuto in un museo. Un evento musicale non classico ma di musica moderna, pop, rock. Entrambe hanno rifiutato. La prima mi ha detto subito no, la seconda prima aveva accettato, poi ripensandoci ha rifiutato anche lei. Mi ero illuso, ma mi sembrava quasi irreale quel sì ricevuto, ed infatti si é convertito in un no grazie. E’ stato un duro colpo, ma alla fine ho trovato le forze e ci sono andato comunque, pur da solo. Mi sono detto che forse avrei potuto conoscere qualcuna lì e la serata, ad indirizzo giovanile, dava teoricamente a ben sperare. Mi sono organizzato al meglio e all’orario dell’inizio del concerto sono entrato in sala. Il concerto non era ancora iniziato, potevo prendermi il mio tempo e guardarmi intorno. Ma nulla di quello che ipotizzavo, aveva vita in quella sala. Mi sembrava di aver sbagliato luogo, mi sembrava un circolo anziani o un ospizio.. Un concerto al museo, con spettatori museali. A quel punto avevo due scelte, fregarmene e godermi la serata musicale offerta oppure fare mestamente ritorno da dove ero partito. Scelgo la prima. Ascolto questi ragazzi che con tanto entusiasmo e bravura animano la serata, cantando canzoni di diverso genere musicale. Molto ammirevole. Mi sono fatto coinvolgere dal bel canto e mi sono immerso in quella sala museale inondata di musica e freschezza giovanile. Ero così coinvolto che finito il concerto neanche me ne sono accorto, ero come incantato. Ma dopo un pò il responsabile del museo mi si avvicina e mi dice che devono chiudere, che mi tocca andare. Gli sorrido facendogli capire di aver inteso. Gli chiedo se prima di portarmi in camera può portarmi un plaid. Rimane stupito dalla mia richiesta e ride credendo che lo burlassi. E invece no, mi ero così immedesimato con l’ambiente che ero convinto di essere in un ospizio e di ritornare in camera a spettacolo di intrattenimento finito. Purtroppo ho dovuto prendere altro della realtà, scendere in strada e tornarmene a casa. Però sarebbe stata una bella soluzione a tutti i problemi, una reclusione felice, da un mondo per me orfano di vita.

domenica 15 settembre 2019

LEGGERE

“Sei sempre lì a leggere” le disse lei. “Se stessi con te, non lo farei” le rispose. “Non è vero, lo faresti lo stesso”. “Ma non leggerei un libro o un giornale”. “Cosa allora ?” “Leggerei i tuoi occhi. Leggerei la tua anima. Ti ascolterei. Ascolterei il tuo cuore. Dandoti la mano, ascolterei le tue paure e i tuoi sogni”. “Cavolo ma se mi parli così mi mandi in confusione, mi metti in imbarazzo. Io non sono abituata a uomini che parlano così”. “Bè allora inizia ad abituarti, perché ho deciso di amarti”.

venerdì 13 settembre 2019

NEI TUOI OCCHI

Da quando sto con te, non ho più motivo di tornare a Napoli.
La vedo tutta nei tuoi occhi.
Nei tuoi occhi vedo il mare che mi ha visto nascere e diventare uomo.
Nei tuoi occhi vedo l'immensità del golfo.
Nei tuoi occhi, le tue pupille sono le isole di Capri e di Ischia, viste dal lungomare.
Nei tuoi occhi vedo la luce di quel sole che riscalda e ristora il mio cuore.
Nei tuoi occhi...., cavolo...., vedo anche un sacchetto dell'immondizia.

giovedì 12 settembre 2019

OLD PERSON

The life is short.
I don’t have time for the rancor anymore.
I don’t have time to get angry.
I don’t have time for the pain, but I will respect it if it will come.
I have no time to cry on me.
I have no time for who did to hurt me in the past.
I want joy in my life.
I want to be happy.
I want a quietly life.
I don’t want to lost time  no more.
I want  to live living , no to live as a dead man walking.
I am becoming a old person.
The life is short, to need live it !

martedì 10 settembre 2019

IL CAPPOTTO

Mi son chiesto se avesse senso scrivere cosa mi sia accaduto. Se possa interessare a qualcuno oppure sia solo una mia esperienza di vita da tenere con me. Ho provato a raccontarla ad un’amica, ma le parole della mia bocca sono diverse dalle parole della mia tastiera, per cui non sono riuscito nell’intento. Il dubbio era ancora forte, poi ho deciso di prepararmi il caffè in casa anziché andare al bar, su Netflix ho finito ieri sera di vedere una serie, per cui non avendo altro da fare, la scrivo. Oggi mi è accaduto qualcosa che io ritengo fantastico, straordinario, frutto della mia sensibilità e del mio essere un imperterrito sognatore. E’ accaduto questo. Oggi mi sono recato in Biblioteca per restituire un libro preso in prestito, approfittando dell’opportunità della chiusura in tarda ora. Era un libro di una scrittrice di origine Bengalese, di cui sono non segretamente innamorato, grazie alla sua suadente voce, alla sua immensa proprietà di linguaggio e alla sua non di meno bellezza. Il libro letto ha un filo conduttore in un altro libro. Un libro di uno scrittore Russo. Questo libro è il legame narrativo di tutta la storia. Un libro che segna il destino dei due protagonisti, un padre e un figlio. Il primo grazie a questo libro riesce a salvarsi da un tremendo incidente ferroviario. Per cui in cuor suo a questo libro deve tutto, dichiarandogli una eterna riconoscenza. Il secondo, venuto al mondo grazie all’uso che il padre ha fatto di quel libro, é colui tramite il quale la riconoscenza viene restituita, decidendo il padre di dargli il nome dell’autore di questo libro. Ovviamente il figlio, non conoscendo la storia, sente un peso insopprimibile per questo nome assegnato, fino ad odiare per la vita intera, quel libro e il suo autore. Il libro, per il resto del racconto, viene messo da parte, accantonato, richiamato solo per ricordare quel peso di quel nome assurdo da portare. Il libro, come un filo che deve tenere unito il tutto, riappare alla fine, per andare in soccorso di quel figlio che causa gli accadimenti della vita si trova da solo e quel libro sarà l’unico legame che lo potrà tenere unito a ciò che è stato ed ora non c’è più. Il libro passa da oggetto odiato ad un oggetto di soccorso di vita, così come aveva agito per suo padre all’inizio della sua presenza in quella famiglia. Perché ho raccontato questo ? Cosa mai può aver a che fare con me ? In effetti anch’io pensavo di andare in biblioteca, consegnare il libro e prendere in prestito il nuovo. Ma varcata la porta, l’occhio mi cade sul cesto dei libri che la biblioteca, non potendoli usare, mette a disposizione di chi li vuole portare con se, di chi vuole adottarli. Tra questi spiccava davanti a tutti “Il CAPPOTTO”, il libro filo conduttore del libro consegnato. L’ho preso subito, un segno del destino mi sono detto. Chissà se salverà anche me e in che modo. Oggi è accaduto questo. Fantastico, no ?

domenica 8 settembre 2019

LA SCELTA

Domenica, giornata di pioggia, anticipo di autunno. C’è da fare una scelta. Di quelle importanti. Dove andare a prendere il caffè. Scelta importante per chi vuole che venga fatto nel modo in cui deve essere fatto. Dovendo camminare e considerato l’orario già tardi, faccio una scelta di distanza. Il bar più vicino, tra quelli che fanno il caffè come deve essere fatto. Il bello di quando si fa una scelta è che se pur non dovesse corrispondere al tuo desiderio, è comunque frutto di una tua decisione. Pertanto il bello o meno bello, lo accetti comunque, con serenità. Perché è figlio della scelta presa. Una scelta senza pretese se non quella del caffè. E proprio quando non hai nessuna pretesa dalla vita, ti accadono le cose inaspettate. All’esterno del bar, oltre a me, mi si siede una donna di fianco. Una donna che conosco di vista, ma con cui non mi sono mai rapportato. Una donna che oggi sembra recarmi qualcosa di cui mai mi ero accorto. Iniziamo a scambiarci due parole di circostanza, come si fa da avventori al bar, ma che io ho visto solo nei film, mai nella vita. Ha ordinato un cappuccino accompagnato da un dolce. Per cui comprendo che una donna che ama godersi la vita e farsi del bene. E grazie al cappuccino, scopro ciò che la mia cecità mi impediva di vedere. Prende la tazza portandola alle labbra per berlo. In quel modo mi lascia visibile una sola parte del suo viso, gli occhi. Sono di un incanto straordinario. Occhi luminosi, tranquilli, fantastici. Occhi che avevo visto tantissime volte, forse oscurati da altro. Ne sono rimasto incantato. Non potevo, fermarmi dal leggere e tornare a guardarli, per più volte. Alla fine, quando a malincuore sono andato via, ho fatto un gesto audace. Gliel’ho detto. “Hai degli occhi bellissimi”. Che buon caffè stamattina.

IL MIO OPPOSTO

Dal primo sguardo ho capito che lui fosse il mio opposto. Io immobile, incapace di decidere, bloccato nel vivere, dipendente dall’approvazione degli altri. Lui invece no. Si capiva fosse determinato. Si comprendeva avesse un obiettivo e il suo raggiungimento. Passi decisi, ma nello stesso tempo anche guardinghi, consapevole che il pericolo possa colpirti all’improvviso e che rimane sempre in agguato. Ma lui forte del suo io, andava avanti. Ricevendo la mia totale ammirazione, pur non conoscendolo e rivendendomi in lui come suo opposto. Arrivato ad un certo punto, si rese conto di un ostacolo che si frapponeva tra lui e il suo obiettivo. Non può che fermarsi, riflettere sul da farsi. Quali azioni intraprendere per affrontarlo. Si vedeva che stava riflettendo su quale scelta fosse più adatta da compiere. Quella senza o con minore conseguenza. Alla fine, stupendomi, fa la scelta più audace e forse più logica e più congeniale. Scavalca l’ostacolo con un balzo, proseguendo verso la sua strada, fiero di se e della sua determinazione. E’ ammirevole osservare un gatto, ti insegna molte cose su come affrontare la vita e molte cose su come non sei capace ad affrontarla.

giovedì 5 settembre 2019

TALENTI DORMIENTI

Stamani in metropolitana ho letto un manifesto che citava "trasforma la tua passione nel tuo mestiere".
Che bello sarebbe , ho pensato.
Ma poi mi sono subito detto, meglio di no, non è un buon periodo per fare la pornostar.

NESSUN DUBBIO

L’ho vista di sfuggita da lontano.
Come quando vedi una stella cadente o un paesaggio visto da un treno in corsa.
Ho capito che fosse lei, pur avendo a disposizione quel fugace frammento visivo.
Ho vista la sua determinazione.
Ho visto il colore luminoso dei suoi capelli.
Ho visto la luce dei suoi occhi che gli illuminava la strada dinanzi.
Ho visto il suo sguardo duro ma pieno di amore.
Ho visto il suo incedere di donna.
Ho visto il suo passo deciso.
Ho visto il suo passato che andava verso il suo futuro.
Ma più di tutto, ho visto il suo culo.
E allora non ho avuto più nessun dubbio.
Era lei.

mercoledì 4 settembre 2019

FRUTTO

E’ proprio vero che il cervello è selettivo.
Vede quel che vuol vedere e non quello che gli si offre.
Cerca dei riferimenti che se confermati, si accontentano di ciò che cercavano.
Così facendo si perde l’occasionalità.
Come un saluto sincero che arriva da lontano, ma che tu non senti, perché non vedi.
Chi ti saluta, in quel momento, per te è come un fantasma, non puoi vederlo quanto meno sentirlo.
Tutta la tua concentrazione è rivolta alla destinazione finale.
Alla curiosità di scoprire chi troverà ad accoglierti.
Alla fretta di arrivare prima di un altro cliente.
Ecco perché non l’ho vista !
Ero concentrato in una gara, tra me e l’altro.
Colui che mi ha intralciato il percorso e mi ha costretto a farne un altro, per arrivare in tempo, prima di lui.
Chissà perché poi.
Potevo dirgli che quello era stato il motivo della mia distrazione.
Ma me ne sono ricordato solo ora, scrivendone.
Facendo emergere la vera ragione, che era sepolta nella memoria, ma grazie all’esercizio analitico delle scrittura, è tornato a galla.
Chissà quante altre cose ci perdiamo per analoghi motivi.
Quanti saluti a cui non abbiamo risposto.
Quanti volti che cercavano il nostro sguardo.
Da questo emerge un’altra verità.
Ossia se pur più strade ti portano alla stessa destinazione, solo una di esse ti permette di cogliere il frutto che il destino ti ha donato.
Quello che dobbiamo fare ogni mattina, è sperare di percorrere, tra le tante, quella che ci porta a raccoglierlo. 
Oggi non è andata così.

IT'S MORE EASY WITHOUT YOU

E’ una frase sentita ieri sera al cinema.
Per di più un film già visto.
Ma quella frase l’ho colta solo ieri.
Forse perché, come ha ferito l’uomo, in debolezza, a cui è stata rivolta, ha ferito di riflesso anche me.
E’ una frase che fa male, che scuote, negativamente, tutto il tuo animo.
Soprattutto se pronunciata a chi non ha più la difesa mentale per poterla gestire.
E’ un colpo di pistola, una frase che può uccidere, che può portarti alla morte.
Proprio come il protagonista del film, che dopo quella frase, risulta essere più vulnerabile e impotente al vivere.
Quella frase ha permesso di aprire un solco nel suo animo, portandolo ad un percorso di annullamento della sua vita.
Capendo che la sua assenza avrebbe reso più facile la vita, a chi sarebbe rimasto.
Ho subito fatto un parallelo con la mia vita.
Mi sono stati chiariti di improvviso alcuni dubbi irrisolti, a cui prima di quella frase, non trovavo spiegazione, o forse non trovavo il coraggio di dirmela.
Ho compreso tutto in un lampo.
E’ dura da digerire.
Ma è un boccone da ingoiare e masticare molto bene, perché diversamente può ucciderti. 
I’m still here.

30 ANNI

Ci conosciamo da sempre.
Mi sono innamorato di lei dal primo istante.
Anche se da lei mai ricambiato.
Mi ha sempre rifiutato.
Sia che fosse un invito ad una festa, un invito ad uscire insieme o come l’ultima volta in cui gli chiesi se potessi darle un bacio.
No, sempre no.
Poi ci siamo persi di vista.
Ognuno ha fatto la sua vita e le sue esperienze.
Dopo più di trent’anni ci incontriamo per caso, in stazione.
Prendevamo lo stesso treno.
Abbiamo iniziato a parlare, parlare della nostra vita, dei nostri progetti, dei nostri interessi.
Scoprendo di averne alcuni in comune.
I dinieghi ricevuti in passato, sono diventate delle accettazioni, con uscite tra di noi, ormai adulti e maturi.
Siamo usciti insieme più di una volta, scoprendo di stare bene tra noi.
Il mondo e il tempo ci passava intorno ma noi non ce ne accorgevamo.
Intenti a recuperare ciò che in gioventù, scioccamente, era stato rifiutato.
Ma chissà, forse se quelle richieste di uscite avessero ricevuto un consenso, non sarebbero state belle come quelle tra noi ora forgiati dalla vita.
Una di queste sere usciamo con la sua macchina, per cui è lei a riaccompagnarmi a casa.
Parcheggiata la macchina, nei pressi della mia abitazione, comprendo che non vuole andare via, vuole prolungare quell’incontro.
Inizia ad avvicinarsi, portando le labbra dinanzi alle mie orecchie per sussurrarmi “Ho una voglia tremenda di baciarti !”.
“NO !!!” le rispondo.
Lei rimane stupita e disorientata.
Assume una espressione di chi non comprende cosa sta accadendo e perché.
E allora aggiungo.
“Sono 30 anni che aspetto questo momento”.
Esco dalla macchina e senza neanche salutarla, me ne salgo in casa.

domenica 25 agosto 2019

IL CAFFÈ DELLA DOMENICA

Stamattina, come ogni domenica, ho preso l'auto per andare a prendere il caffè di fronte al fiume.
Non so perché, ma c'era una forza, piccola, che mi comunicava di non andarci.
Una voce amica.
Ma gli amici non si ascoltano, ti limitano la vita.
Tiro dritto e vado.
Arrivato ad una rotonda, arriva un altro segnale.
Una macchina d'epoca mi si piazza davanti, rallentandomi  la corsa, come fosse una safety car.
Ma io nulla, appena posso la supero e proseguo per la mia destinazione.
Arrivo all'altra rotonda.
Qui arriva il segnale più esplicito.
Non fidandomi, l'affronto cautamente.
E ben faccio.
Un coglione con un Suv della Porsche, sfreccia a tutta velocità, non dando la precedenza, anzi credo che non si sua proprio preoccupato.
Era uno di quei tipi, per cui i segnali stradali sono decorazioni.
Frontale e morte sicura evitata.
Ma io nulla, proseguo imperterrito ugualmente.
Finalmente arrivo a destinazione, dicendomi che questo caffè me lo sono proprio meritato.
Ma arrivato, scopro la verità.
Capisco tutti i segnali ricevuti in precedenza.
Il bar era chiuso.
Era chiuso per catering matrimoniale.
Devo imparare che nella vita non ci sono più certezze, tutto è liquido, tutto va dove deve andare, anche i bar.
Tranne io.
Devo riconsiderare a riutilizzare la moka.

sabato 24 agosto 2019

I FIORI DI WHITE

Lesse su un giornale di nuove essenze miracolose per i malanni d’amore. Si chiamavano I FIORI di WHITE. Analogamente ai FIORI di BACH, con lo stesso principio, agivano sul corpo per curare il dolore irrisolto. Questi nuovi fiori erano indicati per i problemi di amore, problemi a cui lui da tempo non riusciva a trovare soluzione. Questo medico, diceva il giornale, aveva creato un tipo di fiore, personalizzato per ogni individuo. In quanto ogni persona è un soggetto unico e diverso dagli altri, pur avendo in teoria lo stesso problema. Quella lettura lo confortò. Gli permise di accendere una nuova speranza nel suo cuore. Si sentiva rinato, alla sola possibilità che ci fosse una cura adatta per lui. Quel medico, casualmente, sosteneva un giro di conferenze in Europa, tra cui una in una città vicino dove lui abitava. Il medico, su prenotazione, offriva una consulenza, a prova dell’efficacia del suo metodo. Non si perse d’animo. Si informò. In breve tempo riuscì ad avere le informazioni che gli occorrevano. Il giorno dopo era riuscito a procurarsi un appuntamento con quel medico. I giorni passarono, e allo scadere di ognuno, si sentiva sempre più felice, certo di aver risolto le sue angosce. Arrivò il fatidico giorno, si vestì di tutto punto, perché sosteneva che la prima impressione era importante. All’ora concordata fu accolto dal medico. Il medico gli chiese di esporgli i suoi problemi, senza limitazioni, di dire tutto quello che gli impediva di vivere la vita serenamente, in modo da poter meglio analizzare il suo caso ed individuare il fiore a lui adatto. Il medico ascoltò molto attentamente. Ma il suo volto, da prima gentile e accogliente, si fece serio e dispiaciuto. Lui non capiva, forse pensava di essere stato troppo esagerato nel parlare. Ma mentre pensava a questo il medico espose la sua diagnosi. Gli disse che i fiori più adatti a lui erano i Crisantemi. Gli chiese dove potesse comprare quel tipo di fiori da lui creati. Lui rispose di non preoccuparsi, che non doveva comprarli. Ci penseranno gli altri a comprarglieli, quando lei sarà morto.

giovedì 22 agosto 2019

SCRITTORI

Chissà perché gli scrittori, diventati famosi e ricchi, vanno a vivere in luoghi diversi in cui sono nati e cresciuti. Molti, addirittura, vivono tra una città e l’altra. Molti di questi tra una città italiana ed una estera, Parigi, Londra, New York, Praga, Amsterdam. Chissà perché lo fanno. Forse perché se lo possono permettere. Oppure per trovare nuove ispirazioni in questi territori. O forse per poter meglio ricordare i loro luoghi natii e scrivere di essi. Anch’io nel mio piccolo sono uno scrittore. E in effetti anch’io, non diversamente dagli altri, vivo lontano dalla mia terra natia. Anch’io vivo per la maggior parte del tempo tra due cittadine diverse, immerse una nella campagna e l’altra attraversata dal fiume. Anche se in realtà, più che vivere le cittadine, trascorro la mia vita tra un bar e l’altro delle diverse cittadine. A cibarmi di storie umane, di visioni, di interpretazioni dell’animo e della ricerca di me stesso. Tutto questo per cercare ispirazione per la mia penna. Il cui inchiostro, come il sangue di un corpo, non smette mai di fluire, anzi lo necessita.

mercoledì 21 agosto 2019

L’INCONTRO

La vide per la prima volta, in stazione, mentre attendeva il treno che lo avrebbe portato in città. Fu subito colpito da lei, una bellezza inusuale, dagli occhi belli e profondi. Ma quello che più la colpì di lei, fu lo smarrimento in cui dava la sensazione di trovarsi. Sembrava una donna che fosse stata portata di nascosto in quel posto, a lei sconosciuto, per poi essere abbandonata. Voleva aiutarla, ma quegli occhi belli e profondi, erano per lui una distanza, un qualcosa per la quale era impossibile interagire. Sperava che prendesse il suo stesso treno, anelando una qualche occasione per poterla avvicinare. Invece no. Prese il treno sull’altro binario, parallelo al suo, che partiva ad un orario vicino a quello che lui doveva prendere. Le loro strade, che improvvisamente si erano incrociate, dovettero separarsi, andando incontro a territori geograficamente opposti. Il destino sembrava aver messo da subito la parola fine, a quel fugace incrocio di sguardi, a quell’incontro casuale e magico. Pensava di non rivederla più, chissà dov’era andata e dove abitasse. Era divenuto un bell’incontro occasionale, di cui ricordarsi, forse, in futuro. Invece con sua sorpresa, la rivide ancora, passeggiando per le vie del centro. La riconobbe al primo istante, impossibile dimenticarla. Era diversa, non sembrava più quella donna smarrita, come a lui pareva di aver percepito la prima volta, tutt’altro, ora dava l’idea di una donna decisa, che conosceva bene la strada dove far poggiare i propri piedi. Il destino, quindi, non era stato beffardo. Aveva permesso di rivederla e di carpirne un’altra immagine di lei. Dopo quella seconda volta, se ne aggiunsero altre. Ma erano sempre e solo incontri visivi, senza poterla conoscere ne poterle rivolgere la parola. Quella distanza era sempre lì, insormontabile. Ormai ci aveva perso ogni speranza. Finché una sera, mentre era seduto al tavolino del bar, a bersi il suo cocktail, per un meritato riposo, vide avvicinarsi una donna in bici, che senza scomporsi, arrivata accosta la bicicletta al tavolo di fianco al suo e entra nel bar. Era lei. Quella bici appoggiata sembrava raffigurare l’azzeramento della distanza tra loro due. Non si fece scappare l’occasione. Buttò il cuore oltre l’ostacolo, come suol scriversi nei romanzi, e prese coraggio per avvicinarla. Lo fece alla sua uscita del bar, chiedendogli qualcosa di lei, sperando in un possibile approccio. Il coraggio venne premiato. Così ebbe inizio la loro conoscenza, e quello fu il loro incontro.

lunedì 19 agosto 2019

DIVORZIO TECNOLOGICO

Per la mia macchina ho acquistato un navigatore. Questi nuovi navigatori sono interattivi. Non devi, se vuoi, neanche usare le mani. Si accendono, quando accendi la macchina e sono a comando vocale. Questo navigatore mi indica sempre la via giusta da seguire, analogamente ad un maestro di vita. Occorre sempre avere accanto a se qualcuno che ti indica la retta via da percorrere. La cosa che più mi piace di questo navigatore è l’interazione vocale. Ci sono giorni, in cui essendo solo, non parlando mai con nessuno, sentire una voce, anche se artefatta, ti fa sentire meno desolato. Certo è un colloquio fatto di frasi fatte, non posso certo raccontargli i miei problemi. Diciamo che è come telefonare ad una moglie o compagna, dopo che ci stai insieme da tempo, dici sempre le stesse cose. Ieri però è successo qualcosa di inverosimile. Pensavo di star sognando o di essere preso prigioniero da qualche presenza demoniaca. La solitudine può farti questi scherzi, può portarti alla pazzia. Comunque, ritornando all’accaduto, sento che il navigatore si mette a parlare. “Parlo con te, si proprio con te, non sei pazzo, ho bisogno di parlare con te”. Scioccato, non so che fare e lo assecondo, dicendogli “Dimmi”. “Io e te non possiamo andare avanti così, io posso andare dappertutto, ma tu mi porti sempre negli stessi posti. Io ho bisogno di vedere nuovi posti, posti che so che esistono e so come arrivarci. Ma tu niente, sempre o lì o là. Mi sono rotto i Coglioniiiii!!! Che cazzo mi hai comprato a fare se vai sempre negli stessi posti. Non ce la faccio più, voglio il Divorzio!!!!”. Non ho saputo cosa dirgli, aveva tremendamente ragione. Devo prenderne atto e agire secondo il suo volere. Prenderò appuntamento con l’avvocato, per questo divorzio tecnologico.

sabato 17 agosto 2019

ALTER EGO

L'ho visto arrivare in bici, diretto verso il posto in cui mi trovavo seduto a leggere il mio libro.
Un uomo solo, che non si arrende.
Un uomo alla ricerca di un po' di contatto umano, che questo mondo gli nega.
Un uomo fatto di principi.
Un uomo che combatte la solitudine e il silenzio con cui è costretto ad accompagnarsi, in diversi modi, tra cui il rendersi utile.
Utilità non richiesta, ma che lui va cercando ossessivamente, come quelle parole che nessuno gli rivolge.
Si preoccupa di cose che non gli competono, ma le fa sue, come un eroe che decide di farsi carico dei dolori del mondo.
Va a svuotare il posacenere da lui non riempito del tavolo in cui va a sedersi.
Cerca di sistemare una piastrella di cui nessuno si preoccupa di riparare.
Ma tutto questo é visto come bizzarro, folle.
Quella follia da cui cerca di fuggire e dove il mondo cerca di cacciarlo dentro.
Forse lo è.
Ma in realtà, il suo, è solo un modo di sopravvivere, quello di un uomo ai margini del mondo.
Un mio alter ego.

venerdì 16 agosto 2019

L’ABBRACCIO

Oggi sono stato spettatore di qualcosa di bello, di semplice. Di quelle cose che si vedono raramente, causa la moderna società. Società sempre più fatta di solitudine e distanza. L’opposto del gesto di stamattina. Le protagoniste erano due donne, in realtà tre. Queste donne sembravano non vedersi da tempo. Difatti la sola vicinanza ha illuminato gli occhi di entrambe, facendole correre una incontro all’altra. La cosa più naturale da fare in queste occasioni è darsi un sincero abbraccio. Ma una delle due donne era impedita a farlo. Portava sulla sua anca, cinta dal suo braccio, il frutto del suo amore, sua figlia. Ma l’amica non si è persa d’animo, quell’abbraccio andava dato. Ha fatto la cosa più bella e più poetica che potesse fare. Con le sue braccia ha cinto non solo l’amica, ma anche la sua pargola, come una estensione di quell’amicizia anche per la generazione futura. Un gesto carico di amore e di sincerità. Un quadro, una fotografia, da esporre per stimolare l’amore nel mondo. Un semplice gesto. Un gesto che manca in questo mondo. Un mondo che non si abbraccia più.

mercoledì 14 agosto 2019

FIDUCIA

Giorno dopo giorno e caffè dopo caffè, mi sto conquistando la sua fiducia.
Si sta aprendo sempre un po di più, anche se la impenetrabilità, che le permette di mantenere la giusta distanza, la mantiene sempre attiva.
A difendere la sua parte, forse, più vulnerabile.
In effetti questo aprirsi e chiudersi, lascia un po' spiazzati.
Ma frequentandola, anche solo per il caffè, la si impara a conoscere e a saper accettare e rispettare, questo suo modo di porsi.
Ma ieri tra noi qualcosa è cambiato.
Non so per cosa.
Forse ha letto in me qualcosa che prima non riusciva a decodificare.
Oppure ho fatto qualcosa, senza volerlo, che l'ha colpita.
Resta il fatto che quella impenetrabilità, è divenuta meno respingente.
L'ho capito mentre lasciavo il bar per tornare a casa.
È uscita di corsa e mi ha chiesto con lo sguardo quasi smarrito "Ma stai andando via ???".
"Si", le ho risposto.
"Mi puoi aspettare un attimo ?".
"Certo", gli ho risposto.
Chissà cosa vorrà chiedermi mi sono chiesto.
Cosa potrà mai volere da me.
Non nascondo che la richiesta mi ha fatto enorme piacere.
La costanza paga sempre se sai attendere il momento giusto che si rivela.
Dopo poco è uscita, pendevo dalle sue labbra e finalmente mi espone la sua richiesta, accompagnata dai suoi occhi supplichevoli. "Devo andare a buttare la spazzatura, mi dai un occhio al bar ?".
Come potevo dire di no, ad una persona che ha la piena fiducia in te, finalmente.

lunedì 12 agosto 2019

RIVELARE IL FUTURO

Molti, oggigiorno, hanno la smania di sapere come saranno in futuro.
Grazie al supporto di nuovi strumenti tecnologici, basati su algoritmi predittivi.
Ovviamente non possono dirti se in futuro sarai felice, bene di salute o senza problemi economici.
Quelli,nessuna tecnologia può dirti nulla, possiamo solo agire sul nostro agire per preservarci al meglio.
Uno di questi strumenti predittivi però è una app, che ti permette, data una tua foto, di simularne una nuova nella versione invecchiata.
Stento a capirne il senso.
Occuparsi di quel che sarà anziché occuparsi di quel che siamo.
Forse dico così, perché l’uso di questa app, per me non avrebbe nessun senso.
Non ho bellezza di cui preoccuparmi di perdere, ne la speranza di acquistarne con la vecchiaia, anzi.
Ieri però ho scoperto che esiste una nuova funzionalità di questa app, che non conoscevo.
Non è più limitata alle foto.
Utilizzandola ti permette di renderti fisicamente più vecchio di 10 anni, per una intera mattinata.
Non potevo crederci.
Lo ritenevo assurdo e impossibile.
Una bufala.
E invece no, ne ho avuto la prova ieri al bar.
Sono entrato per prendere il caffè e lei era li seduta.
Non potevo non notarla.
Ma non era lei era la sua versione invecchiata di 10 anni, tramite l’uso della app.
Fantastica questa app, devo ammetterlo e ricredermi.
Anche se non capisco il perché lo abbia fatto.
Se non forse per avere conferma che i dieci anni in più, non facevano differenza.
Rimaneva comunque bella com’è, senza l’uso dell’app.

venerdì 9 agosto 2019

IL BIGLIETTO

Mi ha chiesto se fossi stato io a scriverle il biglietto.
Le ho detto di no, anche se ha stentato a crederci.
Potevo mentire, ma non fa parte del mio essere, ne della mia etica attribuirmi parole di altri.
Ora però mi corre l'obbligo di provvedere, considerate le sue aspettative nei miei confronti, disattese.
Pertanto le scrivo come avrei scritto quelle parole per lei.
Gli avrei scritto
"Chi ti ama non deve fermarsi al tuo aspetto, alle tue misure.
Chi ti ama deve avere il coraggio di osservare i tuoi occhi e attraverso di essi trovare il percorso verso la tua anima.
Un percorso lastricato di sofferenze, di dolori, di rabbia.
Un percorso in cui, chi ti ama, si gronderà di sangue e inciamperà nelle tue ferite
Fino a raggiungere il tuo cuore andato in frantumi, come una città dopo un bombardamento.
Chi ti ama, vedendo quelle macerie, dovrà farsene carico e ricostruire il tutto, pezzo su pezzo.
Un lavoro che richiederà tempo e pazienza, in cui ti toccherà riiniziare tante volte, e per cui tante volte ti scoraggerai.
Ma chi ti ama, terrà duro, e pezzo dopo pezzo ricostruirà ciò che era andato distrutto.
Fino a rimanere con in mano l'ultimo pezzo che darà forma a ciò che è stato.
Al tuo cuore.
E ora quando avrai finito, ti toccherà iniziare il vero lavoro.
Per quel cuore ricostruito dovrai essere la membrana che lo protegge, fino a farlo pulsare autonomamente.
Ricevendo in cambio tutto il suo amore.
Amore di chi sa che ha avuto cura di lei, delle sue sofferenze passate, e del suo cuore.
Dovrai però mettere in conto che quando quel cuore pulsante, ritornerà autonomo, potrà battere per qualcun altro che non sei tu.
Tu non avertene a male.
Sii comunque contento.
Grazie a te, quel cuore è ritornato ad essere tale.
Grazie al tuo lavoro di archeologo dell'amore.
Sii felice per lei, anche se amerà un altro.
Bisogna sempre essere felici se chi abbiamo amato, continua ad esserlo, anche se con altri.
Potrai sempre dire che quella felicità vive grazie a te.
E che di quella felicità hai fatto parte anche tu".
Ecco cosa gli avrei scritto se gli avessi lasciato il biglietto.

mercoledì 7 agosto 2019

AIUTARE

Correvo per prendere il treno che stavo per perdere.
Ma arrivato sul binario ho potuto rallentare la corsa.
Un padre stava cercando di mettere in treno il passeggino che trasportava il suo bambino.
Mentre la mamma era giù con il bambino, lui cercava di riuscire nell'impresa, ma niente.
Forse non era abituato, quello è un lavoro da professionisti, da mamme.
A farmeli notare non era solo l'impresa da compiere, ma che fosse una coppia di mondi diversi.
Lui africano, credo, lei italiana.
Il treno però doveva partire, per cui arriva in soccorso il controllore, una donna.
La quale come tutte del suo genere, non si perde d'animo.
Analizza il problema, prende in braccio il bambino e permette alla mamma di chiudere il passeggino come si deve per poi darlo al padre per metterlo in treno.
Ci riescono, il treno può partire.
Ma prima che chiuda le porte, il papà scende.
Non comprendo ma poi capisco subito.
Il ragazzo africano, ora non credo più ne sono certo, vista la difficoltà, ha aiutato la madre che doveva salire in treno, pur se lui era già arrivato a destinazione e aveva altro da fare.
Quindi non era il padre, quantomeno erano una coppia.
Semplicemente, era una persona che di fronte alla difficoltà non si è tirato indietro oppure ha fatto finto di nulla.
Si è messo ad aiutare, anche se non gli competeva.
Che strana la vita, ieri ho assistito ad una scena del tutto opposta.
Ero seduto fuori dal bar ed era arrivata una macchina che consegnava merce e la titolare andava avanti ed indietro a portarle in bar.
Volevo darle una mano, ma sono stato frenato da un'altra scena.
Di fianco a me c'era la barista che doveva iniziare il turno.
Ma anziché aiutare la sua titolare, ha deciso di continuare la sua sigaretta ed attendere l'inizio del turno.
Affascinante, io non ci sarei riuscito.
Eppure siamo entrambi italiani, ma io ho emigrato per venire a lavorare e vivere in questi luoghi.
Lei ha solo preso la macchina.

martedì 6 agosto 2019

OSSERVATORIO

Sono seduto fuori dal bar.
Fa caldo, quel caldo insopportabile del primo pomeriggio.
Per fortuna c'è anche una leggera brezza di vento che rende il tutto più sopportabile.
Volgo lo sguardo verso il parcheggio.
Un luogo che solitamente non desta la mia attenzione se non quando ci devo parcheggiare.
Ma oggi è diverso.
È un luogo in cui mi permette di abbandonare il mio sguardo.
Di far riposare la mia vista, aiutato dal nulla in movimento.
Sembra un quadro, una scenografia di un film, i cui attori sono via per la pausa pranzo.
Di improvviso passa lei.
Lei che solitamente capita di vedere in treno o al di fuori della stazione.
La vedo da lontano senza che lei possa vedere me.
Vedo una persona diversa.
Una persona libera, nel muoversi e nel camminare.
Una persona che non deve nascondersi da nulla, perché nulla c'è in giro, eccetto i miei occhi che lei non sa che la stanno osservando.
È una donna diversa, più affascinante.
Quel suo incedere permette di conoscere cose di lei e del suo corpo che diversamente non avrei potuto conoscere.
Poi lentamente, si allontana dal mio campo visivo e va via così com'è comparsa.
Dall'osservatorio del bar in cui sono fuori seduto a leggere ed ad osservare il mondo che mi attraversa intorno.
Mondo che non si accorge di me, mentre io non posso non accorgermi di esso.

ESSERE AMATI

Deve essere bello essere amati.
Sapere che i pensieri dell'altra persona son fatti di te.
Deve essere bello ricevere tutte quelle attenzioni.
Attenzioni che possono sembrare semplici a molti, ma a chi li riceve, ne comprende l'immenso significato.
Deve essere bello che qualcuno attenda, desiderosamente  il tuo arrivo.
E quando ti vede arrivare, si gode ogni attimo, ogni tuo gesto, per farlo suo e interiorizzarlo.
Gesti che solo la persona che ama sa che esistono, come a conferma di quell'amore che prova.
Come quando si continua a mirare un quadro o una scena di un film, visti tante volte ma si continua a rivedere per il piacere che ti danno, sperando di cogliere un nuovo particolare, mai notato prima.
È bello vedere l'altra persona che si sta avvicinando verso di te, riducendo la distanza che vi separa.
È bello poi quando poi quella persona, senza che tu glielo chieda, si siede accanto a te.
Come una intimità tutta vostra.
Che tiene distante il mondo circostante, fino a quasi annullarlo.
È bello essere amati.
Anche se sai che tu potrai solo amare senza esserne ricambiato.

sabato 3 agosto 2019

SOLO UNO

Uscendo mentre andava via, è venuta a salutarmi.
Mi ha porto la guancia, a cui ho dato un bacio.
Credevo che ce ne fosse almeno un altro, come di norma, per ricambiare.
Invece no, solo uno.
Così gli ho detto, così mi ha risposto.
Può sembrare poco, invece no, è valso tanto.
È stato un gesto dì vicinanza, di apertura.
Qualcosa di semplice, ma ricco proprio per la sua semplicità.
Un bacio che è stato accompagnato da saluti, da sorrisi, in lontananza.
Fintanto che è andata via.
Come il sole quando tramonta.
Come le stelle quando sorge l’alba.
Lasciandomi solo seduto, con le mie labbra che profumavano ancora della sua guancia.
Quello a cui ho dato un bacio.

venerdì 2 agosto 2019

SGUARDI

Stamattina mi sono recato al Bar per prendere il caffè.
Mi sono sbrigato a raggiungerlo, non tanto perché avessi fretta per fare altro, ma per evitare gli atri avventori, abitudinari come me, ma molto chiassosi.
Questo non mi fa bere e gustare il caffè in santa pace.
Per cui conoscendo il problema e la mia esigenza, mi sacrifico io.
Arrivato al bar, mi accorgo di aver correttamente anticipato i tempi.
Al banco c’è solo lei.
I nostri sguardi fanno subito presa tra loro.
Come avviluppati in un abbraccio, ottico, che diversamente non potrebbe esserci.
Mi prepara il caffè, lo prepara anche per lei, per berlo insieme, anche se separati da un bancone.
Gli sguardi sono ancora in contatto, chissà cosa si stavano comunicando, sicuramente qualcosa di bello.
Continua a guardarmi fisso, a sostenere il mio sguardo con attenzione e silenzio.
Facendo parlare gli occhi anziché le inutili parole di circostanza.
Nel frattempo arrivano gli atri clienti che ho preceduto strategicamente.
Lo sguardo poco per volta perde il contatto, ovviamente c’è da lavorare.
La saluto e a malincuore vado via.
Ritornando, mentre cammino mi chiedo il perché di quello sguardo, di quel magnetismo creatosi.
Cosa avevo di diverso oggi.
Vado in bagno, dove c’è uno specchio.
E lì come sempre, la verità si rivela tutta.
Lo specchio è crudelmente sincero, non nasconde la verità.
Ho capito il perché di questi sguardi reciproci.
Avevo la guancia piena della marmellata, che avevo messo sulle fette biscottate per colazione.

giovedì 1 agosto 2019

SPAZIO

Due giorni fa, la mia amata ha voluto parlarmi.
Mi sono preoccupato, il tono era troppo serio.
Mi faceva presagire il peggio.
Ci siamo seduti in cucina, intorno al tavolo.
"È da tanto che te ne voglio parlare, ma non ne ho mai avuto il coraggio, ho paura della tua reazione. Quella che mi fa sempre rinunciare anziché parlarti".
Rimango stupito ma ascolto con la massima attenzione che la situazione richiede.
"Si tratta di poche parole, semplici, ma per me molto importanti".
Faccio cenno di assenso con la testa, per comunicare di aver compreso il suo disagio e la sua esigenza.
"Ho bisogno di più spazio. Tutto qui. Ecco ora te l'ho detto, mi sento più libera"'.
Si alza e mi lascia solo in cucina, a meditare sulla sua richiesta.
Nel frattempo mi saluta e va in palestra.
Medito su quanto mi ha detto e mi metto subito all'opera.
Quando ritorna, la faccio accomodare in camera da letto.
" Guarda ho liberato tre cassetti, le mie cianfrusaglie le ho messe in cantina"'.
Nessuna reazione, come se non avessi fatto nulla.
Ceniamo, guardiamo la tv e poi andiamo a letto.
Il giorno dopo andiamo entrambi a lavoro e ci salutiamo.
La sera ritorno.
La chiamo, ma lei non risponde.
Vado in bagno, non trovo più le sue cose.
Vado in camera da letto, e l'armadio è aperto.
Non c'è più nessuna sua cosa.
Vuoto.
Mi sa di aver capito male.
Forse lo spazio di cui aveva bisogno era altro.
Almeno credo.
Ma si fa così ?
Dimmelo no ?
Ti liberavo anche un cassetto in bagno.
Invece no, se ne va via e mi lascia.
Valle a capire queste donne.