giovedì 25 aprile 2019

CONOSCENZA CONFINATA

Oggi ho avuto conferma, per esperienza diretta, di come siamo, e di come sono, convinti di conoscere qualcosa e di conseguenza anche qualcuno. Basiamo questa nostra convinzione in base alla nostra esperienza, che nasce dal nostro vissuto. Crediamo che quello che noi vediamo abbia una sola decodificazione, la nostra. Che riteniamo essere la sola realtà possibile. Ma non è così. Me lo ha ricordato una fotografia presente in un libro. Una foto che raffigurava un palazzone dormitorio, con tutte le finestre e balconi chiuse da inferriate. Questo palazzo si trova in Giappone e io in base alla mia esperienza, stupendomi, ho subito collegato l’utilizzo di quelle inferriate come a difesa della propria proprietà. Un proteggere i propri beni, dai mali intenzionati. Proprio come si nota in alcuni palazzi, o villette, qui da noi. C’era una cosa che però non capivo, che comunque non mi ha fatto cambiare giudizio, ossia che queste inferriate, a differenza di quelle che si vedono da noi, anziché occupare solo i primi piani o gli ultimi, occupavano ogni finestra o balcone del palazzo, indipendentemente dal piano. Leggendo il libro, mi è stato spiegato il perché e mi è stato dimostrato di avere torto. Quelle inferriate erano si messe a protezione, ma non dai ladri, ma della vita di ogni condomino, per evitare un possibile suicidio, causa depressione. La cosa mi ha sconvolto e preoccupato, anche perché il Giappone è sempre stato, e lo è tutt’ora, per sua natura un paese precursore di tante cose, tra cui il mal di vivere dei giorni nostri, poi replicati in altre parti del mondo. Ma quello che più mi ha fatto riflettere è stato il mio errato comportamento. Quello di credere di aver capito quello che aveva visto, mutuandolo dalla sua esperienza. Quanti di noi fanno questo errore, giudicando erroneamente qualcosa o qualcuno. Un giudizio nato da un pregiudizio, sorto da una nostra conoscenza. Conoscenza che credevamo sconfinata, invece ci viene dimostrato che è una conoscenza confinata al nostro vivere. Non so se questa esperienza mi permetterà in futuro di non ricadere nello stesso errore. Sono troppo vecchio per resetare quanto di già, erroneamente, consolidato nella mia memoria. Ma il fatto di accorgersi di aver sbagliato, e ammetterlo e capire che lo stesso errore possa averlo fatto chissà quante volte in passato, è sempre meglio di chi, comunque ,pur leggendo, non ci arriva neanche, e si limiterà a dire, continuando nel suo pregiudizio, che solo in Giappone possono accadere cose di questo tipo

mercoledì 24 aprile 2019

OMISSIONE DI SOCCORSO

Devo costituirmi,  autodenunciarmi.
Ho fatto omissione di soccorso.
Un comportamento che non mi appartiene ma, come tutto nella vita, ci sono eventi che ci fanno comportare in un modo a noi inusuale.
Potrei giustificarmi, anche validamente.
Potrei dire che mi trovavo lontano, che c’erano persone molto più prossimali di me a soccorrere chi ne aveva bisogno.
Ma non serve, una omissione rimane comunque tale.
Non so dire il perché, so solo che la mia attenzione e il mio ascolto era rivolto ad altro, in quel contesto.
Osservavo il gruppo di persone più vicine che inspiegabilmente non facevano nulla.
Come se la cosa non li riguardasse oppure non fosse compito loro.
Assurdo, tale da farti rimanere impalato, senza saper reagire.
Ma la cosa che più mi ha frenato è stata lei, vederla.
Nella tragicità dell’evento ero rapito dalla sua bellezza e dal suo gesto stoico.
Era lì ad immolarsi per salvare il salvabile.
Era lì a sacrificarsi nel farsi bagnare i vestiti dalla Coca-Cola che le scorreva indosso, evitando che un danno ancor peggiore potesse verificarsi.
Un atteggiamento bellissimo a vedersi, da rimanerne incantati.
Come una madre, che tra l’altro è, ferma ad contrapporre il suo corpo pur di difendere ciò che andava difeso.
Nulla di che, erano solo aperitivi e bicchieri di vetro.
Ma in quel momento ho capito che chi è una madre, chi deve per quotidianità porsi a difesa di quanto gli è più prezioso, lo è anche quando serve un vassoio che stava per crollare e che grazie alla sua immolazione si è salvato.
Che donna stupenda.

lunedì 22 aprile 2019

SGUARDI

Dopo averle chiesto di uscire, per me, tutto è cambiato tra me e lei. Non perché mi sia sentito ridicolo. Semplicemente non so come comportarmi, data la sua non risposta e, l’unica cosa possibile era la distanza da porre tra me e lei. Pur standole vicino, frequentando per motivi diversi lo stesso luogo, ma distanti. Come se tutto fosse stato cancellato, come delle orme sulla spiaggia, cancellate totalmente dal mare, sulla battigia. Nessuna traccia rimasta. Ma quelle orme ormai avevano messo radici, pur se cancellate dal mare, sono comunque lì presenti, anche se solo con il ricordo. Per cui in ricordo di quelle orme, non possiamo non guardarci. Sono sguardi di cui non riesco a percepirne il significato, pur anelandone uno ben preciso. Ma ci sono e sono intensi. Intimi nella nostra estraneità. E’ qualcosa di affascinante, ma nello stesso tempo di indecifrabile. Come fossimo degli amanti, che ahimè non siamo, che non riescono a staccarsi, pur essendosi divisi. Eppure la nostra conoscenza è circonstanziale e la frequentazione nulla, né mai esistita. Ma qualcosa sembra essersi creato, nonostante noi, Un parlare interiore, che forse né io né lei capiamo, ma percepiamo. Ma né io né lei possiamo farne a meno, come calamite dai poli opposti, legati dalle leggi della fisica. Un rapporto di sguardi. Romantico, affascinante se vogliamo, ma che forse avrebbe bisogno di qualcosa in più che non si realizza, e forse mai si realizzerà. Forse basterebbe un bagno di realtà. Che tutto chiarisca e tutto pulisce, e tutto spazza. Ogni minimo dubbio o perplessità.

MAINTENANCE

Molti credono che bisognerebbe scrivere solo di cose belle, allegre. Argomenti in cui le persone possano trovare sollievo e divertimento. Ma non funziona così, lo scrivere ha un carburante che varia di volta in volta. Uno di questi è anche, ma sopratutto, la tristezza. Occorre darle voce, non rintanarla, vergognandosene. Tutt’altro, bisogna darle nobiltà, elevarla allo stesso livello delle altre cose del tuo vivere. Se non fai parlare la tristezza, tutto si blocca e non riusciresti più a scrivere parola. La scrittura è come un rubinetto di cui occorre sempre fare la manutenzione. Tenerlo sempre pulito, liberarlo dalle incrostazioni, dagli intasamenti che si vanno a creare. Il compito dello scrivere della tristezza, è proprio questo. E’ l’aceto, l’anticalcare del mal di vivere. Fiduciosi che così facendo, l’acqua tornerà a scorrere limpida da quel rubinetto. Le parole torneranno ad essere leggere e poesia dalla penna. Per cui viva la tristezza, senza la quale non apprezzeremmo la gioia e la felicità. Tristezza è guardarsi dentro, parlarsi, aiutarsi a venirne fuori. Come quando ci si sente bene in forma dopo una tremenda influenza.

BLOCCHI

Ognuno, a volte, nella vita è vittima di un blocco. Un blocco creativo, un blocco prestazionale. Io da un bel pò di tempo ho il blocco del vivere. Mi ritrovo a fare sempre le stesse cose. Come se il mio territorio di vita si fosse ristretto sempre di più, oltre non vado. La persona di prima non sembra esistere più. Quello che era sempre in giro, anche da solo, chi se ne frega. Ora invece il peso della solitudine si è trasformato in zavorra. Ti stanchi ancora prima di pensare a cosa fare. Le cose che facevi prima non le fai più, non ti danno più stimoli. Ti senti in un deserto di vita dove non scorre più acqua. La tua vita è diventata arida, monotona e abitudinaria. Nulla ti da soddisfazione, nemmeno i sogni, che senza le illusioni della vita non possono essere alimentati. Non mi resta che aspettare. Non so che cosa, ma fare diversamente non saprei. Mi sento svuotato. Senza più la forza di combattere. Mi son fatto vincere, giorno dopo giorno. Uno sconfitto consapevole.

ANCORA QUI

Mi trovo ancora qui, Domenica pomeriggio, a prendere il solito caffè, al solito bar. Ormai sono incapace di fare altrimenti. Ogni alternativa mi sembra un peso, una delusione a cui andare incontro, un finale già scritto. Per cui alla fine mi rifuggo qui a prendere il caffè, consapevole di rappresentarmi ridicolo e senza altra vita da vivere. E’ come se il mio cervello mi avesse abbandonato, non mi seguisse più. Vittima anche lui di una depressione in cui per colpa mia si trova impantanato. Come una macchina che gira a vuoto nel fango, in cui è rimasta intrappolata. Sono quelle situazioni che finché non ti trovi dentro, ti sembrano assurde e non riesci a capacitarti come possono accadere. E invece accadono. Ti trovi dentro, e giorno dopo giorno ne rimani intrappolato, come quei mulinelli d’acqua dei fiumi. Mulinelli che sembrano innocui, invece ti avviluppano dolcemente, fino, senza accorgetene, a farti sprofondare. Senza avere più, né la forza, né la voglia di risalire. Sapendo che al di fuori di essi ti aspettano i mulinelli della vita che, chi è in contatto con te, ti crea, lasciandoti senza respiro e prospettiva. Per cui alla fine, meglio starsene in fondo al fiume, facendosi cullare dal silenzio dell’abisso.

PRANZO DI PASQUA

Quest’anno ho voluto tenere un comportamento conforme a tutti quanti gli altri. Pur non andando da nessuna parte, anziché cucinare a casa, ho scelto di andare a mangiare fuori, al ristorante. Pensavo fosse una scelta semplice, bastava scegliere il ristorante, fare una telefonata e poi prenotare. Macché, qualunque ristorante abbia contattato, tutti al completo. Nessuno aveva spazio. Chissà se davvero fosse così, oppure dal tono della mia voce, avevano capito che non fossi un cliente gradito, paranoie pasquali, paranoie di quest’ultimi tempi. Alla fine ho trovato posto nel luogo in cui mai pensavo di andare ne quantomeno di trovare libero. Mi son detto, se tutto era occupato e alla fine mi son trovato a venire qui, il destino così avrà voluto. Arrivo all’orario in cui mi è stato detto di arrivare, ma lì ho capito che cucinare sempre a casa e non andare mai al ristorante, non ne conosci le regole ne i comportamenti. Era il classico orario da matrimonio, in cui si indica un orario per poi iniziare più tardi, sapendo che quella mezz’ora in più serve a gestire chi abitualmente arriva in ritardo. Stranamente non mi sono arrabbiato, ho già troppi nemici per farmene dei nuovi. Approfitto per guardarmi intorno, osservare gli altri clienti che arrivano, credendo di incontrare un viso conosciuto. Invece nulla, tutti estranei. Vicino a me siede una coppia, a vederli sembrano non avere nulla in comune per stare insieme, ma forse quello che l’apparenza fa percepire, qualcosa di più intimo unisce. Attirano la mia curiosità, c’è qualcosa che stona. Tra i due è lei quella più loquace, quella che tiene vivo il rapporto, parlando, parlando, parlando, toccandosi e lisciandosi sempre i capelli. Lui sempre li ad ascoltare, come se la sua sola presenza fosse per la donna già abbastanza. Di improvviso incrocio lo sguardo di lei, ma evito per non sembrare indiscreto. Ma ogni volta che mi trovo a guardare di la, lei è li a rivolgermi lo sguardo, mentre parla con lui, che ascolta, fermo come una mummia. Siamo seduti da un pò di tempo, ed io non ci sono abituato, non potendo alzarmi per fumare, in quanto non fumo, l’unica cosa che possa fare per alzarmi, è andare a pisciare. Incrocio quello sguardo, sorrido tra me e me, e poi vado al bagno. Con tranquillità faccio ciò che devo e nel frattempo non posso non notare le dimensioni del bagno che, di solito, sono per equilibristi, questo è invece è un bagno immenso. Esco e mentre sto per chiudere la porta trovo lei. Non so se usciva o stava per entrare. Ci guardiamo fissi negli occhi, come chi aspetta a chi fa la prima mossa, come in un duello. Stranamente mi faccio avanti io, io che prima di avanzare nei confronti di una donna, impiego giorni, settimane, mesi. Ma li capisco che è il tempo dell’immediatezza, non esiste il rimando, o cogli o non cogli più. Avvicino la mano ai suoi capelli. Lei anziché scostarla, mi si appoggia la testa. Allora con gentilezza le stringo con una presa decisa i capelli e avvicino le mie labbra alle sue, che lei immediatamente apre per impossessarsi della mia lingua. A questo punto riapro la porta del bagno ed entriamo dentro. Indifferenti a che qualcuno possa bussare per entrare. Ormai siamo presi, una furia ci prende entrambi. Vado avanti, ma lei è più svelta di me, mi slaccia la cintura dei pantaloni ed io nel frattempo faccio altrettanto col suo vestito. Entrambi prendiamo confidenza col sesso altrui, creando familiarità. Fino a fare unire entrambi i sessi. Sembra come se ci conoscessimo da tempo, come chi ha una intesa sessuale così vorace. Riusciamo ad essere veloci, come il tempo e l’occasione impone, ma godendoci ogni attimo di questa pazzia sessuale. Sembra una scena da film, invece è solo il bagno di un ristorante. Finito cerchiamo di ricomporci, affinché nessuno si accorga di quanto accaduto. Sta per uscire, si volta, e mi dice, “Ah dimenticavo, Buona Pasqua”. Ritorno al tavolo e lui è li ad usare il telefonino. Lei ritorna, incrocia un bimbo che sta giocando in sala, gli sorride, si siede al tavolo e sorride anche lui, con cui ritorna a parlare, parlare, parlare e lui ascolta. Un Pranzo di Pasqua con sorpresa.

giovedì 11 aprile 2019

RITROVAMENTO

Lo avevo perso e non mi sapevo spiegare il perché.
La cosa mi ha turbato e spaventato.
Non tanto per il valore economico in se, ma per la modalità con cui è accaduto.
Sconosciuta.
Nel senso che non sono riuscito a capire come poteva essere capitato e dove fosse capitato.
L’accostamento ad eventuali perdite, di cose ben più importanti, è stato immediato.
Creando una sorta di paranoia e di sfiducia nelle mia capacità di prendermi cura delle cose.
Come mi si fosse di improvviso aperto il velo, squarciandolo, su di una realtà che non conoscevo o che inconsciamente facevo finta di non vedere.
Alla fine mi sono rassegnato alla sua perdita, pensando che anche lui come altri, si fosse stufato di starmi accanto e avesse preferito perdersi nell’incertezza in cui si è perso, piuttosto che trovarsi nella certezza della mia custodia, diventata per lui insopportabile.
Mi ero consolato così, per alleggerire il peso della sua perdita e della mia rivelata irresponsabilità.
Poi ieri sera, avviene il miracolo, così casualmente, come casualmente si risolvono sempre queste storie.
Stavo indugiando in macchina su prendere o meno un oggetto e mentre facevo questo vedo qualcosa per terra.
Pensavo fosse un oggetto di chi con me stava in macchina in quel momento.
Lo afferro, sto per darlo a chi pensavo fosse il proprietario e, mi accorgo che è lui.
Era lì dall’attimo in cui l’ho perduto, mentre io lo cercavo nei posti più inimmaginabili.
La sorpresa è stata entusiasmante, non per l’oggetto in se ma per il ritrovamento.
Analogamente alla perdita, il ritrovamento ha aperto un accostamento ad altre mie perdite, dandomi fiducia e speranza.
Mi sono detto che forse la mia persona e la mia fiducia di cui soffro la perdita, forse non si sono allontanate da me.
Semplicemente sono lì da qualche parte, nel posto più ovvio, mentre io le ricerco nei posti più impensabili.
Non so se mai ritroverò la persona che ero una volta o la fiducia che avevo per affrontare la vita.
Ma di certo so che sono lì da qualche parte.
Forse anziché ricercarle, dovrei darmi tregua e rassegnarmi alla loro perdita.
Per poi stupirmi, sorprendendomi, di ritrovarle lì dove le avevo perse, proprio sotto ai miei occhi che, in quel posto non hanno pensato di guardare, così come è stato quando ho ritrovato il mio cappello.
Cappello di cui però, ora, non so più cosa farmene, essendomi ormai rassegnato alla sua dipartita.
Così come quando perdi l’amore o la speranza, perse da così tanto tempo, da abituarti alla loro assenza e restando spiazzato quando si ripresentano.
Sarò in grado di accettare, se mai la troverò, la persona che ero o la fiducia che avevo ?
Non lo so, e questo mi spaventa ancor di più della loro perdita.

martedì 9 aprile 2019

BREZZA DI VENTO

Ci sono persone la cui sola presenza ti dona positività.
Persone anche estranee, che però riescono ad essere empatiche e ti mettono di buon umore.
Sono persone di animo disponibile e sorridenti nell’animo.
Magari persone con i loro problemi, come tutti, ma che sanno mettere da parte, affrontando la vita con atteggiamento positivo.
Offrendoti così un loro sorriso o uno sguardo pieno di umanità.
Persone che stanno, forse, in pace con se stesse e che non hanno nessun problema a far sentire bene chiunque si rapporti con loro.
E’ capitato stamattina alla macchinetta del caffè, dove è apparsa una bella donna, sorridente, mai vista prima.
Una persona disponibile a rapportarsi anche con sconosciuti, ma soprattutto luminosa e sorridente.
La sua presenza è stata come una brezza di vento che ti accarezza la faccia, come quelle che ti capita di ricevere in giornate afose e insopportabili.
Non risolvono il problema ma ti danno una tregua, un sollievo momentaneo, che sta a te custodirlo e farne uso con la memoria, per più tempo disponibile a tuo supporto.
Come una brezza di vento, così come è arrivata, è andata via, lasciando comunque la scia della sua luce ad illuminare la stanza.

domenica 7 aprile 2019

QUIETO VIVERE

Oggi è come se mi avessero donato una mattinata di vita. Un giorno in cui prendere fiato e far riposare la mente, anche se difficile da farsi. Ma più che la mente lo ha capito il corpo, che ha apprezzato questo dono, senza pretendere quello che non puoi avere. Una mattinata normale, dedicata a me stesso. Lontano dal mondo nocivo e da chi ti crea tormento e dolore. Sembra difficile a fare e pensarci. Invece ti accorgi facendolo, di quanto semplice sia. Ti chiedi il perché non lo fai sempre. I misteri della vita e del comportamento. Una risorsa interiore che non credevi di avere e invece qualcosa l’ha accesa. Certo la tua vita non cambia di certo, ma diviene più lieve, meno ossessiva. L’ho capito ancor di più andando al bar. Incrociando lei, a cui avevi chiesto di uscire e anziché rispondermi si o no, ha evitato la domanda e poi evitato me. Potevo come mia specialità, tenerle il muso e togliergli il saluto e la parola. Invece il corpo ha preso il sopravvento sulla mente irrazionale. Ho fatto un gesto più per me che per lei. Al suo imbarazzo nel vedermi, gliel’ho cancellato prontamente, salutandola con una pacca sul braccio, come se nulla fra di noi fosse accaduto. Certo l’amarezza resta, ma così facendo mi sono alleggerito di un problema lasciando a lei il peso, accettando maturamente quel no non detto ma arrivato diversamente. Il peso del suo comportamento, se mai lo capirà. Non mi sono fatto rovinare questa mattinata di uomo eternamente più solo, ogni giorno che passa, ma oggi più lieve e tranquillo. Questione di quieto vivere.

PIZZO 2.0

Io ho avuto la fortuna di nascere in una città che mi ha permesso di conoscere la versione originale, quella DOC, della richiesta del pizzo o della tangente, nella mia città si dice così. Ho visto gente presentarsi ad appuntamenti per consegnare mazzette di soldi, chiedendosi il perché, ma sapendo che se non l’avesse fatto, quei soldi non dati non se li sarebbero goduti, o meglio, li avrebbero dovuti spendere in spese non previste, per riparare i danni provocati da quel mancato pagamento. Ho visto moto a tutta velocità, in pieno centro cittadino, fermarsi di improvviso e con una grande tranquillità, il passeggero posteriore, estrarre la pistola dal giubbotto e sparare in una vetrina, frantumandola in mille pezzi. Un avviso per chi si ostinava a non voler contribuire alla crescita economica della loro organizzazione. Questi precursori di questo comportamento erano persone visibili e conosciute. Non avevano timore ne gli importava metterci la faccia. Anzi farsi riconoscere era comunicare al contributore futuro, con chi aveva a che fare, con chi avrebbe avuto problemi se i soldi non fossero arrivati. Come tutto però oggi, ogni lavoro artigianale perde ogni senso, soppiantato e sostituito dalla tecnologia. Ogni artigianalità sta sparendo. Anche il pizzo, che si è trasformato in un pizzo 2.0 . Un pizzo in cui non si usano le pistole o le facce per intimorire, anzi viene praticato nel più assoluto anonimato. Chiunque può essere vittima di una richiesta di Pizzo 2.0, per cui viene richiesto un pagamento in BITCOIN, non rintracciabile, per garantirsi di non essere arrestati. Si va dal furto di dati informatici oppure come letto stamane, al ricatto verso aziende alimentari famose che se non provvedono a pagare quel poco richiesto, rispetto al tanto che guadagnano, si troveranno sotto la minaccia che alcuni dei loro prodotti saranno alterati da sostanze chimiche che danneggeranno il mal capitato consumatore e la perdita di credibilità di queste famose aziende. Nemmeno gli organi di polizia riescono a stanare questi criminali tecnologici. Per cui forse occorrerebbe l’ausilio di coloro che praticavano il pizzo artigianale. Quelli si che li stanerebbero rapidamente. In fondo è il principio base dell’omeopatia. Il male si cura con lo stesso male. Il criminale con il criminale. Se poi si annullerebbero a vicenda, meglio per tutti.

CIAO

Ci conosciamo da tempo. Una conoscenza nata dal vivere quotidiano. Quello che ti fa intraprendere un viaggio insieme a persone estranee, ma che con il tempo, complice la frequenza degli incontri, diventano familiari pur non conoscendosi. Ci si saluta, ci si sorride, come dei complici che condividono lo stesso destino che la vita gli ha riservato, quello del pendolare. Sabato scorso l’ho incontrata in un diverso luogo, in un bar dove sono di solito bere il caffè. Ovviamente ci siamo salutati, essendo dei pendolari familiari. Ma è stato un saluto diverso, non dettato dall’abitudinarietà ma dalla cortesia e dal piacere di farlo. Stamani è capitato di nuovo. Ma invece di salutarci con un buongiorno di cortesia, mi ha salutato con CIAO, sorridendo. Rompendo quel velo di estranea conoscenza. Un saluto di accoglienza, di gradimento. Un saluto di chi non è più da sola in quel luogo, come me, a bere il caffè, avendo trovato qualcuno in quel luogo che non la faccia sentire anonima o invisibile, ma corrisposta da un saluto amichevole. Niente di che per tanti, ma tanto per quei pochi, come me e come lei. Un CIAO che ti fa sentire vivo, che esisti.

RASSEGNARSI

Arriva il momento in cui occorre fermarsi. Prendere atto della realtà, che ti urla ogni giorno sempre la stessa verità, usando di volta in volta persone diverse. Non puoi più essere sordo a questi messaggi. Non puoi più pensare che prima o poi cambierà. Non cambierà nulla, ne oggi, ne domani, ne in futuro. E’ il momento della rassegnazione. Capire che non puoi più illuderti, ne sperare. Puoi solo sopravvivere. Decentemente e con dignità. Se ci riuscirai, dipende solo da te.

venerdì 5 aprile 2019

SCUSA

Fossi stato un giapponese non mi sarei posto il problema.
Loro hanno sviluppato una congenita forma di amnesia che, gli fa dimenticare tutto il passato, anche quello che li hanno visti protagonisti in situazioni poco corrette o che hanno commesso qualche torto.
Loro vivono il qui e ora.
Per loro è impensabile investire tempo presente per il rancore.
Il tempo presente per loro è una opportunità che la vita dona per intraprendere un cammino felice e diverso con chi quel torto lo ha subito oppure ne sono stati vittime.
Non fanno differenze, il qui e ora gli impedisce di fare altrimenti.
Ma qui non siamo in Giappone, ma siamo in un luogo dove la filosofia e le discipline giapponesi, fanno fatica ad essere applicate.
Si fosse un po’ più giapponesi su alcune cose, si vivrebbe molto meglio.
Per cui ho dovuto fare quello che era giusto facessi.
Non che avessi fatto chissà che torto ma, io non posso permettermi di giudicare con il metro del mio animo anziché considerare il metro di quell’animo che il mio comportamento ha sicuramente infastidito e forse ferito.
Di certo non era mia intenzione fare ciò che poi è risultato, ma tanto è che è accaduto.
Ho rimandato più volte, aspettando l’occasione adatta.
Occasione che la stessa persona vittima del mio involontario comportamento mi ha permesso di approfittare.
Ha fatto come i giapponesi, mi ha salutato come nulla fosse accaduto.
A quel punto potevo fare quello che dovevo fare.
Chiedergli scusa.

martedì 2 aprile 2019

AFFINITÀ

Li ho osservati per tutto il viaggio.
Lei una donna sempre riservata, di fronte a lui era completamente aperta a suo agio.
Come se lui fosse in possesso delle chiavi della sua attenzione, del suo aprirsi.
Come un affabulatore è riuscito a farla parlare di qualsiasi cosa, facendola sentire come se fossero soli su di un’isola deserta.
Sono rimasto a bocca aperta, io che faccio fatica ad ottenere la sua attenzione se non per un saluto di cortesia.
Sono quei momenti che pur interpretati da altri ti dicono molto di te, di ciò che non sei.
Mi sono chiesto cosa è che mi manca, tolta la prestanza fisica dell’altro.
Sicuramente molto.
Visto che in tutto il mio vivere oltre un certo livello di rapporto non riesco ad andare oltre.
Come chi non è capace a superare le difficoltà di un videogioco, ammirando le capacità degli altri che difficoltà non ne hanno.
Sono certo che se quest’uomo fosse stato un operatore Shiatsu, indipendentemente dalle sue effettive capacità, sarebbe riuscito a far sì che lei le venisse voglia di provarlo.
Un affidamento totale.
Quello che manca a me, che differentemente ho una sfiducia totale nei miei confronti, per qualsiasi cosa.
Non è vittimismo ma dato di realtà.
O meglio la mancanza di affinità.