giovedì 30 maggio 2019

SPEGNIMENTO

Domenica scorsa, ascoltavo per radio, una intervista, in lingua originale spagnola, ad uno scrittore spagnolo.
Scrittore mai sentito prima, ma dal suo parlare mi ha subito affascinato.
Affascinamento che non avrei avuto, se avessi ascoltato la versione tradotta, che era orfana di quel linguaggio che parte dall’anima, che solo la lingua originale ti permette di far uscire e recapitare.
Lo scrittore parlava del suo libro, che gli ha permesso di analizzare il rapporto con i suoi cari, in particolare con suo padre e capirne i comportamenti.
Era convinto di avere un padre abbastanza bizzarro, con manie tutte sue, per poi scoprire che quelle manie erano una caratteristica di un certo tipo di spagnolo che, aveva a cuore e cura per le sue cose.
Nel caso particolare, l’oggetto era una macchina, che ai tempi di suo padre era un acquisto per sempre, fatto con sacrifici.
Il consumismo non era ancora nato.
Il padre aveva una cura esasperante per la sua macchina, quasi fosse una sua figlia, al punto di cercare sempre un parcheggio all’ombra per non farla rovinare dai raggi del sole.
Questo suo interesse, così vigile, è stato allo stesso tempo il segnale del suo spegnimento di fronte alla vita.
Vita che forse, non riusciva più a sostenere e ad affrontare.
Giorno dopo giorno, quel padre, ha iniziato a parcheggiare dove poteva, non preoccupandosi più della ricerca dell’ombra.
E’ iniziato così un decadimento quotidiano, della macchina e di un uomo senza più forze per affrontare la vita.
Un uomo che non metteva in atto capricci, o escogitava reazioni, semplicemente ha iniziato ad arrendersi.
Fino a spegnersi completamente.
La storia mi ha affascinato, vuoi per la lingua, che amo, vuoi per quelle immagini che il racconto mi ha permesso di visualizzare, facendo uso del mio passato napoletano, vuoi perché hanno generato un parallelismo con mia madre e me.
Mio padre no, lui non si è arreso, me lo hanno ammazzato, gente incapace di fare il suo mestiere e che ancora lo fa, d’altra parte lui ha trascorso non so quanti giorni sotto le macerie, durante la guerra, da cui è stato tratto in salvo, una persona che viene restituita alla vita, non si spegne mai.
Mia madre invece ha iniziato a spegnersi.
Lo ha fatto quando ci siamo trasferiti in un altro quartiere di Napoli, con una casa tutta nostra e più ampia.
Ma a mia madre mancava la quotidianità, il rapporto con le persone, le chiacchiere, lo stare al balcone, il poter salutare tutti in ogni circostanza.
Uscire da una casa all’altra, senza avere intimità ma in compenso amicizia e calore umano.
La casa nuova era fredda di sentimenti, in un condominio, all’ultimo piano con vicini di casa che a stento salutavano.
Certo mia madre ha subito trovato con cui parlare e relazionarsi, ma non era agevole e contiguo come nella casa di prima.
Per un po' ci ha provato, ritornando, da sola in quei posti viaggiando per Napoli, con la sola forza che solo il desiderio di sentirti viva, ti può dare.
Ma poi non lo ha fatto più, complice una banale caduta o chissà che altro.
Resta il fatto che mia madre giorno dopo giorno si è spenta, accompagnandosi alla morte.
Ovviamente io me ne ero accorto, ma allora non ero capace di fare queste relazioni, contestualizzavo il presente e in più pensavo alla mia vita che stavo iniziando lontanissimo da casa.
E quando sei lontano tutto diventa meno codificabile.
Ma ora riavvolgendo il nastro di quel periodo, i segnali c’erano tutti e non li ho capiti se non quando tutto era impossibile da recuperare.
Stare lontani ti limita a partecipare le cose a distanza ma ti permette di vedere le cose con la giusta distanza, per vederle nel loro vero viversi, cosa impossibile a chi sta vicino per il troppo coinvolgimento diretto grazie alla vicinanza.
Ora lo stesso sta capitando a me.
Non ne faccio colpa a nessuno.
Ho fatto le mie scelte.
Ma la sensazione è proprio quella, anziché vedere il futuro vedi il nulla, come forse vedeva mia madre a partire da un certo giorno, senza avere più la capacità di vedere diversamente, come la capisco.
Tutto intorno a me si sta spegnendo.
Tutto va avanti senza che io più occorra.
Mi sento solo un pagatore, nulla più.
Anch’io come il padre dello scrittore, stana coincidenza, cerco di parcheggiare la macchina sempre nel box, tenendola lontana da me, dalla mia disponibilità, pur di accudirla.
Ma forse ora inizierò a lasciarla per strada.
Chissà se mia figlia capirà.
Penso proprio di no, come me è interessata, giustamente, a crescere.
Come ho fatto io.
Non posso dargli torto, ma è dura da accettare e forse è la giusta ricompensa per il figlio che non sono stato.
Scusami Mamma, a non averlo capito.
Chissà, forse bastava parlarne, ma a quei tempi non esisteva il dialogo genitori e figli e nemmeno Whatsapp.

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