venerdì 7 giugno 2019

HIKIKOMORI

In Giappone è sorta, per poi diffondersi in tutto il mondo, la sindrome da Hikikomori.
Una forma di auto reclusione ed auto esclusione dal mondo.
E’ un argomento che dall’inizio ha attratto la mia attenzione.
Consapevole che questa sindrome non fosse da relegare nei confini giapponesi, come poi si è rivelato.
Una sindrome figlia del progresso, progresso che anziché essere inclusivo risulta essere esclusivo.
Fino a poco tempo fa, anzi per esattezza fino a ieri sera, ho sempre pensato che fosse una sindrome che colpisse unicamente gli adolescenti.
Invece no, colpisce anche gli adulti anche se in forma diversa ma per la stessa motivazione.
Entrambi si sentono fuori da tutto, come se non avessero più i requisiti per poter vivere insieme agli altri.
Si sentono a disagio, in imbarazzo.
Tendono a nascondersi più che a partecipare.
Non perché qualcuno agisca contro per isolarli e forse qualcuno lo fa, ma qualcosa di peggio.
Sentono dentro di se l’isolamento.
Una vita che non scorre.
Una linfa mancante, che non più alimenta.
Si perdono interessi o si fanno sempre le stesse cose.
Quasi a vergognarsene.
Come se lo stare da soli fosse una colpa ed un marchio da non portare in giro.
Sicuramente se si rimane da soli un motivo c’è, ma esserne anche imbarazzati è qualcosa di molto pesante da portare in giro.
L’ho capito ieri sera mentre andavo a prendere il caffè dopo cena, come sempre faccio.
Di improvviso la verità si è rivelata, urlandomi.
Ho sentito l’imbarazzo prendere possesso di me.
Uno smarrimento totale.
Un non saper cosa fare o dove andare.
Ho finalmente capito, come un ricercatore che incessantemente studia un virus per capirne la genesi, cosa passa nella testa di un Hikikomori.
Che tale sono diventato.
Ma a differenza di un adolescente, per adesso ho ancora la libera uscita, ma non so per quanto ancora.

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