lunedì 30 maggio 2016

V.O.

E’ l’ultimo giorno per utilizzare l’abbonamento al cinema.
Ho ancora degli ingressi da utilizzare.
La giornata piovosa non mi lascia scelta.
Ma dei film che vorrei vedere , in quel cinema non li danno.
Devo scegliere tra quelli che proiettano.
Più che scegliere cosa vedere , vado per scarto, scegliendo cosa non voglio vedere.
Rimane lui.
Un film di cui non avevo sentito parlare.
Come chi fa il suo lavoro in silenzio, senza sbracciarsi per farsi vedere.
Conscio di aver fatto il suo lavoro.
Che piaccia oppure no.
Vado.
L’alternativa è un centro commerciale o un altro cinema, ma spendendo altri soldi .
Arrivato in sala, sono solo.
Il vuoto mi circonda.
Un silenzio per poter riflettere.
Un po’ alla volta arriva anche qualcun altro.
Temerari.
Il film inizia.
Iniziano a parlare in russo con sottotitoli.
Suppongo che sia una scelta regista come metafora della incomunicabilità, narrando la guerra assurda nei territori sovietici, per poi far parlare i veri protagonisti.
Invece no.
E’ tutto con i sottotitoli, è in V.O. 
Ma come tutto nella vita, quando una cosa non la scegli e ti trovi costretta a farla, ne apprezzi poi la qualità.
Una cosa che non avresti mai fatto.
Ma sei grato per averla potuto fare.
Come essere costretto a bere un caffè amaro perché non c’ è zucchero e bevendolo ti accorgi che è buono comunque.
O un pane senza sale , apprezzandone la sua bontà.
O avere l’occasione di parlare con una donna e rimanere affascinato dalle sue parole , dal suo cuore , dal suo cervello , dai suoi occhi, fregandotene di come siano le tette o il culo o le gambe.
Sono rimasto affascinato da questa visione in versione originale.
In questo modo son dovuto stare più attento.
Accorgermi di particolari.
Ammirare i paesaggi e il quotidiano proposto.
Un film che mi ha riempito l’animo.  
La mia mente è tornata ad una mia esperienza sentimentale con una donna Ucraina.
Donna che con me parlava in Italiano.
Donna con cui è finita subito, soprattutto per fraintendimenti linguistici.
Mi sono chiesto, chissà cosa sarebbe stato di noi , se avessimo vissuto la nostra storia in V.O.
Dove ciascuno poteva esprimere liberamente ciò che sentiva senza essere costretto a dover tradurre o interpretare ciò che l’altro diceva.
Dove ciascuno era costretto a capire ciò che effettivamente voleva dire l’altro nel suo idioma natio.
Un amore fatto di sottotitoli.
Faticoso da portare avanti.
Ma che sarebbe finito per cose serie e non per un doppiaggio venuto male.

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