sabato 26 maggio 2018
FACCIATA
Da ragazzo avevo un amico il cui fratello aveva iniziato a frequentare il liceo scientifico.
Il fratello ci parlava, con ammirazione, dei suoi studi, fornendoci delle pillole di conoscenza su quanto aveva appreso.
In particolare, era stato rapito dalla Filosofia e dal suo modo di vedere la vita, il mondo e le cose con nuovi occhi.
Mi ricordo di una volta che ci parlò che aveva imparato che gli oggetti non sono fini a se stessi, hanno anche altri significati, altri usi e altri scopi.
Ma tutti noi ce ne dimentichiamo o non ce ne accorgiamo, perché abituati all’uso comune che se ne fa di esso.
Questo concetto che all’epoca non capivo ma, mi sembrava affascinante, l’ho comunque riposto tra gli spazi della mia memoria, qualora un giorno capitone il significato, mi potesse tornare utile.
Sono passati anni da quel giorno, tanti a dire il vero.
Oggi però, quell’accantonamento della memoria si è reso utile.
Sia capendolo definitivamente a fronte di un esempio reale, sia perché ho potuto confutare la sua significatività.
Io quando uso la macchina uso sempre il navigatore, anche per tragitti ormai conosciuti, per cui poco senza ha il suo uso.
Ma questa è la facciata, quella che gli altri vedono nell’oggetto.
Un oggetto di navigazione.
Proprio in relazione a questo mio atteggiamento una persona conoscente si è fatto burla di me.
Canzonandomi per l’uso assiduo di questo strumento anche quando poco occorre.
Educatamente l’ho ascoltato e fatto parlare.
Quando ha finito di farlo e di conseguenza di ridire, gli ho spiegato il perché.
Sfruttando quella nozione filosofica appresa da ragazzo.
Gli ho detto che quel che lui vede come solo un navigatore, in realtà è anche un telefono che, collegandosi tecnologicamente al mio, mi permette di ricevere e fare telefonate pur guidando, in modalità viva voce.
Il riso è scomparso dalla sua faccia.
Le parole non erano più capaci di uscire dalla sua bocca, non sapendo cosa dire.
Purtroppo lui, come tutti, come me, è abituato a considerare le cose per quello che appaiono, per la loro facciata.
Non sapendo che oltre la facciata c’è una sostanza che non tutti sono a conoscenza.
La filosofia da me acquisita da bambino si limitava alle cose o tramite esse portava ad esempio il concetto per farlo meglio apprendere.
Ma la cosa più triste è che la facciata noi frequentemente l’attribuiamo anche alle persone, perdendoci l’opportunità di entrare in contatto con quella sostanza che loro hanno, che sta oltre la facciata di essi oltre che delle cose.
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