domenica 17 marzo 2019

TRILOGIA DELLA TRISTEZZA

ANCORA QUI Mi trovo ancora qui, domenica pomeriggio, a prendere il caffè, al solito bar. Ormai sono incapace di fare altrimenti, di un comportarsi diverso. Ogni alternativa mi sembra un peso, una delusione a cui andare incontro, un finale già scritto. Per cui alla fine mi rifuggo qui a prendere il caffè, una tazza di caffè come dicono gli inglesi, consapevole di rappresentarmi ridicolo e senza altra vita da vivere. E’ come se il mio cervello mi avesse abbandonato, non mi seguisse più. Vittima anche lui di una depressione in cui per colpa mia si trova impantanato. Come una macchina che gira a vuoto le ruote nel fango, in cui è rimasta intrappolata. Sono quelle situazioni che finché non ti ci trovi dentro, ti sembrano assurde e non riesci a capacitarti come possano accadere. E invece accadono. Ti trovi dentro e, giorno dopo giorno ne rimani intrappolato, come in quei mulinelli d’acqua dei fiumi. Mulinelli che sembrano innocui, invece ti avviluppano dolcemente, fino senza accorgetene, a farti sprofondare. Senza avere più né la forza né la voglia di risalire. Sapendo che al di fuori di essi, quando ritorni a galla, ti aspettano i mulinelli della vita, che chi è in contatto con te, ti crea, lasciandoti senza respiro e prospettiva. Per cui alla fine, meglio starsene in fondo al fiume, facendosi cullare dal silenzio dell’abisso e assaporando il caffè che hai richiesto. Caffè di cui ti è venuta noia, ma eliminando pure questo, sarebbe la vera fine. BLOCCHI Ognuno, a volte, nella vita, è vittima di un blocco. Un blocco creativo, un blocco prestazionale, un blocco funzionale. Un blocco a cui non sai dare origine ma c’é. Anch’io ho il mio blocco, Io da un pò di tempo ho il blocco del vivere. Mi ritrovo a fare sempre le stesse cose. Come se il mio territorio di vita si fosse ristretto sempre di più, oltre il quale non vado. La persona di prima non sembra esistere più, Quello che era sempre in giro, anche da solo, tanto chi se ne frega. Ora invece il peso della solitudine si è trasformato in zavorra. Ti stanchi ancora prima di pensare a cosa fare. Le cose che facevi prima non le riesci a fare più, non ti danno più stimoli. Ti senti in un deserto di vita dove non scorre più acqua. La tua vita è diventata arida, monotona e abitudinaria. Nulla ti da soddisfazione, nemmeno i sogni, che senza le illusioni della vita, non possono essere alimentati. Non mi resta che aspettare. Non so che cosa, ma fare diversamente non saprei, mi sembrerebbe di girare continuamente a vuoto. Mi sento svuotato. Senza più la forza di combattere. Mi son fatto vincere, giorno dopo giorno. Uno sconfitto consapevole. MAINTENANCE Molti credono che bisognerebbe scrivere solo di cose belle, allegre. Argomenti in cui le persone possono ritrovare sollievo e divertimento. Ma non funziona così. Lo scrivere ha un carburante che varia di volta in volta. Uno di questi è anche, ma sopratutto, la tristezza. Occorre darle voce, non rintanarla, vergognandosene. Tutt’altro, bisogna darle nobiltà, elevarla allo stesso livello delle altre cose del tuo vivere. Se non fai parlare la tristezza, tutto si blocca e non riusciresti più a scrivere parola. La scrittura è come un rubinetto di cui occorre sempre fare la manutenzione. Tenerlo sempre pulito, liberarlo dalle incrostazioni, dagli intasamenti che si vanno a creare. Il compito dello scrivere della tristezza è proprio questo. E’ l’aceto, l’anticalcare del mal di vivere. Fiduciosi che così facendo, l’acqua tornerà a scorrere a getto pieno da quel rubinetto. Le parole torneranno ad essere leggerezza e poesia nella penna. Per cui viva la tristezza, senza la quale non apprezzeremo la gioia e la felicità. Tristezza è guardarsi dentro, parlarsi, aiutarsi a venirne fuori. Questo è il compito dello scrivere, essere di ausilio al tuo vivere

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