Mia madre era la regina dei rammendi.
Una qualità della sua famiglia, artigiani della sartoria e pellicceria.
Non c’era capo di abbigliamento che, ad occhi di altri sembrava spacciato, che non ritornasse in vita.
Pantaloni , giacche , cappotti , ritornavano ad una nuova vita , splendidi più di prima.
Il rammendo su loro operato non era una cicatrice di cui vergognarsi o andare orgogliosi.
Il rammendo era un’opera d’arte.
In questo modo si riusciva a riutilizzare tutto.
Non si buttava via nulla.
Perché all’origine c’era la qualità dei materiali.
Materiali che prima di essere inservibili, occorrevano generazioni.
Io non sono capace ne quantomeno bravo come mia madre.
Ma sono costretto a fare opera di rammendo nella mia vita.
Rammendo sul mio corpo per riparare i danni della vita.
Quelli causati ma per di più quelli ricevuti.
Alcuni sono rammendi dalla nascita.
Ma i più difficili sono quelle per il cuore.
Il mio cuore che puntualmente consegno in mano di chi poi lo frantuma.
E’ un lavoro delicatissimo.
Dal cuore parte tutto.
Ogni nutrimento verso di noi ed ogni nostra capacità di dare e rapportarci con gli altri.
Per colpa mia mi è stato strappato ancora una volta.
Sono stato come al solito imprudente , causa il bisogno.
Ma mi sto accorgendo che , a differenza dei miei pantaloni che mia madre rammendava, più passa il tempo e più il tessuto diventa meno resistente.
Pur rammendando , il dolore non riesci a contenerlo.
Continua ad uscire urlante.
E’ uno di quei casi in cui sento la mancanza di mia mamma.
Madre con cui era impossibile avere una intimità , era di altra epoca o quelle epoche non erano fatte per questo.
Ma di sicuro il mio cuore in mano a mia madre, pur in queste condizioni, dopo il suo rammendo, ritornerebbe in vita più pulsante che mai.
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