Io sono una persona molta affascinata, dall’osservare e apprendere, i comportamenti e le abitudini di persone differenti da me.
Lo faccio in qualsiasi contesto, anche locale, ma ancor di più quando mi trovo a viaggiare.
Più che conoscere luoghi, visitare musei, io amo visitare il quotidiano di quel luogo, siano essi supermercati, bar, mezzi di trasporto e altro.
Questa mia sete di conoscenza e di curiosità, l’ho trasferita anche nell’ambito della lettura personale, dove mi trovo a scegliere autori che oltre della storia che scrivono parlano anche dei luoghi in cui la vivano e di come si svolge la vita in questi luoghi, oppure scelgo libri mirati di antropologia.
Credo e, ne sono convinto che, conoscere bene l’altro, permetta di abbattere quegli inutili muri che si vengono a creare o conflitti che possono generarsi, causa la non conoscenza dell’altrui abitudine di vita.
Personalmente, ho anche avuto una esperienza personale, in cui se non mi veniva in soccorso una persona che conosceva la mia abitudine di vita e quello dell’altro, avrei rischiato tantissimo.
Ero in Marocco e, nel volermi complimentare con una inserviente di un albergo, per aver fatto valere la sua dignità di lavoratrice, ho usato un gesto che per me significava ammirazione ma, nel suo mondo significa l’esatto opposto, ossia denigrazione.
Me la son vista brutta, ma fortunatamente il soccorso è arrivato.
Ora per mia curiosità, che va oltre al fatto di essere uno Shiatsuka, in quanto mi ha sempre incuriosito anche prima, sto leggendo un libro di antropologia sul Giappone.
Oggi sono arrivato a leggere una parte che, mi ha spiegato molto dell’origine di quello che oggi si chiama Macrobiotica e mi ha spiegato un qualcosa che, a leggerlo è terrificante ma, mi ha dato una spiegazione ad una mia esperienza di vita non bella e non digerita.
In Giappone, indipendentemente dallo status sociale, si ha l’attitudine a vivere del necessario, senza mai eccedere nel superfluo.
Sia che si tratti di arredamento, di case, di abbigliamento o di alimentazione.
Ma questo comportamento viene applicato fino a casi estremi, esempio il controllo delle nascite.
Paradossalmente, per non rischiare di generare povertà, causa i pochi mezzi a disposizione o meglio abituarsi ad averne pochi a disposizione per non sentirne la mancanza, eventuali figli avuti oltre il dovuto, andavano sacrificati.
Utilizzando metodi abortivi o simili e, poeticamente, come solo il Giapponese può fare, anche di fronte ad una usanza così tribale, considera questa pratica come una restituzione a quello che loro definiscono il lago della vita, di ciò che non si può permettere di far venire al mondo, restituendolo a chi lo aveva donato.
Non so perché, ma questo mi ha fatto subito pensare ad una mia ex, in particolare, ma applicabile anche ad altre avute.
A volte il cervello è strano e, fa dei collegamenti inspiegabili ma, poi analizzandoli con calma, hanno una loro giustificazione.
Il cervello è venuto in soccorso a quella mia ferita, sopita, ma ancora viva, inconsciamente, dentro di me.
Mi ha permesso di capire perché la mia ex è stata così crudele, lasciandomi di improvviso senza nessuna spiegazione sensata, sacrificandomi.
In realtà, lei non poteva permettersi il superfluo, ossia io che, mi ritenevo scioccamente il necessario, in quanto doveva dedicarsi ad altra persona o altre chissà che, col passar del tempo gli avrebbero creato una ingestibilità della situazione, lasciandoci tutti in povertà.
Io fino a stamane trovavo rancore verso quella donna ma, oggi grazie ai Giapponesi, ho capito che lei non aveva scelta, io ero per lei, come per quelle Giapponesi, quel figlio di troppo che non poteva gestire e che doveva sacrificare.
Ora mi spiace, aver pensato quelle cose di lei.
Chissà come avrà sofferto, povera donna.
Quella grandissima STRONZA.
Ops, mi è scappata una abitudine, scusatemi.
giovedì 18 ottobre 2018
I SACRIFICATI
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