Nella mia famiglia ero il più piccolo dappertutto.
Il più piccolo tra i miei fratelli.
Il più piccolo tra i nipoti.
Anziché essere il cucciolo di tutti ero il randagio di tutti.
Vuoi per la differenza di età .
Vuoi perché non ispiravo una gran simpatia.
Visti i risultati nella mia vita , forse avevano ragione.
Essendo un escluso non mi restava che osservare e ascoltare.
Attitudini che oggi mi permettono , forse fin troppo , di ascoltare e osservare cose , suoni , animi che altri non riescono.
Stasera ho visto un film, giapponese.
Lento.
Di quelli che ti fanno addormentare.
Lo volevo vedere e un invito ricevuto da una associazione di cinefili a cui sono iscritto mi ha invogliato ancor di più.
Non capivo il senso , come tutte le cose giapponesi che finché non le fai e le rifai , capisci cosa ti vogliono dire.
Sembrava un film sulla passione della cucina, cosa che ha attirato la mia attenzione.
Ma il filo del film ci ha portato in tutt’altro territorio.
Territorio a cui non si immaginava di arrivare.
La cucina per la protagonista era un modo di vivere la sua vita da esclusa.
Essendo lebbrosa , doveva vivere in quarantena.
Ma questa esclusione le ha permesso di osservare ed ascoltare.
Di sentire il linguaggio degli alimenti, la loro comunicazione, come rispettarli, come prendersene cura, affinché diano il meglio di loro stessi per te.
Riuscire a percepire il rumore diverso del vapore , come segnale di cottura ultimata.
Riuscire a percepire il percorso fatto da un fagiolo prima di arrivare nelle tue mani per essere cucinato.
In sintesi , la sensibilità.
Era comunque una donna , a suo modo, felice della sua vita, senza rancori ne pentimenti ne rammarichi.
Finanche il figlio che non le hanno permesso di far nascere lei è riuscito a vederlo in un altro e, non sapendo cosa altro donargli, gli ha donato la capacità di saper cucinare in modo rispettoso dei cibi.
Gli ha donato la sua sensibilità.
Dono che puoi solo ricevere e non comprare con nessuna moneta.
Dono che solo gli esclusi sono in grado di darti.
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